Fare editing con Biplane Edizioni – Daniele Dionisi “madonna libertà”

Caro autore Biplane, dopo un lungo e appassionato cammino di editing vissuto insieme ci piacerebbe conoscere il tuo punto di vista, le tue emozioni, cosa hai imparato, le domande ma anche le fatiche e le gioie che hai provato durante il lavoro intrapreso con noi… Pronto a metterti in gioco?

Cosa hai pensato all’inizio del cammino? Ti eri fatto un’idea su come si sarebbe svolto il lavoro?
Avevo solo un’idea vaga. Ero consapevole che ci fossero aspetti da migliorare, ma facevo fatica a immaginare quali, visto che mi confrontavo con il testo già da un po’. Ero in attesa del punto di vista esterno, e professionale, che mi facesse finalmente vedere quello che mi sfuggiva. Aspettavo la persona che mi facesse le domande giuste.

Se sì, quell’idea è stata confermata dalla realtà oppure no?
Sì, perché la persona con le domande giuste alla fine è arrivata: sei sicuro che questo personaggio direbbe questa cosa? Non vedi che il significato di questa frase è solo dentro la tua testa? Fallo capire anche al lettore. Qual è la motivazione che spinge lui a fare quello che fa? Prepara meglio questa scelta, costruiscila. Cose del genere.

Come hai vissuto i mesi passati insieme a fare editing?
Con leggerezza. Ho trovato sempre molto difficile la prima parte della scrittura, quella in cui devi dar forma al mondo di riferimento, corpo ai personaggi, sostanza al materiale narrativo. La parte della riscrittura invece mi risulta piacevole. Posso mettermici anche alle tre di notte, o dopo una giornata pesante. Invece di stancarmi mi rilassa, perché vedi che piano piano tutto va al suo posto.

Cosa hai imparato di nuovo?
Che un romanzo non è finito se lasci il lettore in sospeso, se non rispetti le sue aspettative una volta che tu stesso le hai costruite.

Quali sono stati i momenti più difficili?
Quando mi è arrivato il file con i commenti non sono andato avanti a sbirciare. Ho proceduto con ordine, dalla prima pagina fino all’ultima e… quando sono arrivato al termine ho scoperto che il mio finale non era un finale. Quello è stato il momento più difficile. Mettersi a riannodare tutti i fili per capire dove portavano veramente. È come se tagliassi il traguardo di una maratona e mentre sei piegato su te stesso a riprendere fiato arriva qualcuno che ti dice che c’è stato un errore, il traguardo.

E quelli di maggiore soddisfazione?
Quando l’editor, via Whatsapp, mi scriveva che avevo fatto un buon lavoro.

Credevi possibile portare ad uno step più “alto” il tuo manoscritto?
Non solo ci credevo, ci contavo.

Tre aggettivi per descrivere il percorso fatto insieme… di pancia!
Accurato, profondo, gratificante.

Grazie per il confronto, grazie per il tempo che ci hai dedicato

Conosciamo Daniele Dionisi

Caro Daniele, ti diamo il nostro benvenuto! Da pochi giorni sei ufficialmente un autore Biplane. Il tuo romanzo “madonna libertà” è per noi un gran bel traguardo, un nuovo punto di crescita. Il percorso fatto insieme è stato di grande soddisfazione e speriamo sia stato lo stesso anche per te. Conclusa la prima fase ora comincia quella che vede la condivisione della tua opera. Sei pronto? Per cominciare bene, come da tradizione, ecco l’intervista completamente dedicata a te…

Com’è nata l’idea di questo romanzo?

Da un’inquietudine personale. Passati i quarant’anni mi sono chiesto se ero pronto ad avere un figlio, a rinunciare alla libertà. La libertà è il vero feticcio della mia generazione. Abbiamo sempre voluto essere liberi di realizzarci, di vivere, di sbagliare. Invece quando tieni in braccio un essere umano che dipende interamente da te, sbagliare non è più un’opzione. Questa responsabilità mi ha sempre bloccato. A volte serve la spinta di qualcuno per riuscire a fare passi importanti. Da qui l’idea di una persona che rispunta dal passato con una proposta che ci mette in crisi e ci spinge a cambiare.

Lo hai scritto d’istinto o hai prima progettato la struttura?

Avevo in testa una struttura, ma il romanzo finale ha poco a che vedere con quello che avevo programmato. Credo che sia importante avere una direzione quando si inizia, ma penso che sia altrettanto importante tradirla, pervertirla, sorprendersi mentre si scrive. Per quello che ho capito, un romanzo è un universo troppo complesso per essere concepito in un colpo solo e a freddo. Se non esci trasformato tu dalla scrittura, come puoi pensare di smuovere qualcosa in chi ti legge?

Da quanto tempo scrivi e cosa rappresenta per te la scrittura?

Scrivo da tanto, scrivo da poco. Scrivo da tanto perché sono quasi vent’anni che lavoro con la scrittura. Sono un copywriter e ogni giorno devo combinare le parole nel tentativo di rendere interessante un prodotto o un servizio. È un lavoro formativo, che ti insegna ad avere sempre i piedi per terra, a pensare ai bisogni reali delle persone, a non chiuderti nella torre d’avorio. Da qualche anno poi è tornata anche la scrittura letteraria. Dico è tornata perché sotto traccia c’è sempre stata. A vent’anni ad esempio ho pubblicato, con il contributo di un’associazione di lettori, un libro di poesie piuttosto ingenue.

Tu sei stato segnalato al Premio Italo Calvino per un’altra opera: quanto differente è da questa, come è nata?

L’opera che ho mandato al Calvino è il primo romanzo che ho scritto. Un romanzo un po’ guascone, in fondo amorale, sicuramente intriso di cinismo e di smania di confondere bene e male. Era un romanzo in cui avevo poca pietà per i miei personaggi, deriva che adesso cercherei di evitare. Penso che la com-passione sia una delle chiavi per dare corpo a un personaggio: capirne pregi e difetti, metterli a nudo ma senza ridicolizzarli. È rischioso farsi belli alle spalle dei propri personaggi, usarli per mettere in mostra il proprio acume.

Quale colonna sonora assoceresti alla tua opera e perché?

Quella che sentivo in cuffia mentre scrivevo. Ho un acufene e non riesco a lavorare nel silenzio, perché per me silenzio significa un sibilo continuo all’orecchio sinistro. Quindi direi new wave. La mia passione sono le band inglesi di fine 70 inizio 80: Prefab Sprout, Echo and The Bunnymen, Cure, Bauhaus, Siouxsie and the Banshees, Cocteau Twins, Joy Division + New Order. E andando avanti (e in parte uscendo dall’Inghilterra) Suede, Nick Cave, Smashing Pumpkins, Mark Lanegan, Nine Inch Nails. Romanticismo, disincanto, autodistruzione, bagliori di luce in fondo al tunnel. Sono molte delle tinte emotive che permeano anche i personaggi del libro. Con un distinguo: siamo in Italia, i personaggi e le situazioni sono italiani, per cui l’integrità anglosassone si mischia al nostro cialtronismo alla nostra impossibilità.

C’è un passaggio del romanzo di cui vai particolarmente fiero?

Direi il finale. Uno perché non esisteva quando abbiamo cominciato il lavoro di editing e scriverlo mi ha fatto capire l’importanza di confrontarti con qualcuno che ne sa più di te. Due perché i finali sono difficili in generale, sempre, anche nei racconti, e questa volta penso di aver imbroccato quello giusto.

Associazione libera e senza giudizio: 3 parole per raccontare di te, 3 parole per descrivere “madonna libertà”.

Me: inquietudine, provincialismo, lavoro.

Il romanzo: anarchia, disincanto, volontà.

Hai in cantiere un altro romanzo? Progetti per il futuro?

Ho due incipit. Vediamo se ce n’è uno che comincia srotolarsi senza (troppi) problemi fino alla fine. Pubblicare un primo romanzo ti fa sorgere una quantità di domande su come dovrebbe essere il secondo.

 

 

Grazie per il tempo che ci hai dedicato e che la bella avventura abbia inizio…

 

Fare editing con Biplane Edizioni – Samuele Arba “un uomo qualunque”

Caro autore Biplane, dopo un lungo e appassionato cammino di editing vissuto insieme ci piacerebbe conoscere il tuo punto di vista, le tue emozioni, cosa hai imparato, le domande ma anche le fatiche e le gioie che hai provato durante il lavoro intrapreso con noi… Pronto a metterti in gioco?

Cosa hai pensato all’inizio del cammino? Ti eri fatto un’idea su come si sarebbe svolto il lavoro? Se sì, quell’idea è stata confermata dalla realtà oppure no?
Ero molto motivato, avevo voglia di iniziare l’editing sul romanzo ed ero pronto a lavorare sodo per migliorare le lacune che aveva il manoscritto. Avevo un’idea generale di come si sarebbe potuto svolgere il lavoro, anche perché reduce dall’esperienza della pubblicazione del mio primo romanzo, però poi ogni progetto ha le sue particolarità e i suoi ritmi e in questo svolto assieme mi sono trovato a mio agio.

Come hai vissuto i mesi passati insieme a fare editing?
Sono stati mesi frenetici, giornate intere passate a rielaborare il manoscritto e non solo davanti al foglio, ma anche mentre guidavo, o pranzando o mentre facevo la siesta. A volte pensavo di non farcela perché la testa non frullava, le soluzioni non arrivavano, ma con la costanza del lavoro e il vostro supporto siamo riusciti ad ottenere un bel romanzo.

Cosa hai imparato di nuovo?
Ho imparato a vedere la storia da diverse angolazioni, non solo dalla visuale dell’autore o del personaggio principale, ho capito come gestire i dialoghi affinché siano incisivi e non superflui, o ad andare di fretta quando c’è bisogno ma sempre stando attento a non fare il passo più lungo della gamba.

Quali sono stati i momenti più difficili?
Durante l’editing ho avuto difficoltà quando non riuscivo a trovare soluzioni adeguate alla situazione, c’è ne sono stati vari, ma quello che ricordo di più è stato riscrivere – come dicono in Spagna “de cabo a rabo” – l’ultimo capitolo.

E quelli di maggiore soddisfazione?
Quando ritrovavo un riscontro positivo da parte vostra, quando mi incoraggiavate nei momenti difficili. La maggior soddisfazione è stata avere al mio fianco belle persone che hanno creduto nel mio manoscritto.

Credevi possibile portare ad uno step più “alto” il tuo manoscritto?
Una volta messi in gioco immaginavo che il manoscritto sarebbe diventato un romanzo vero e proprio, che avrebbe aumentato il suo ritmo, che avrebbe migliorato nello stile. Sì, c’erano tante possibilità di salire più in alto, penso ci siamo riusciti.

Tre aggettivi per descrivere il percorso fatto insieme… di pancia!
Incalzante, sincero, genuino.

Grazie per il confronto, grazie per il tempo che ci hai dedicato

Fare editing con Biplane Edizioni – Vincenzo De Lillo “delirio”

Caro autore Biplane, dopo un lungo e appassionato cammino di editing vissuto insieme ci piacerebbe conoscere il tuo punto di vista, le tue emozioni, cosa hai imparato, le domande ma anche le fatiche e le gioie che hai provato durante il lavoro intrapreso con noi… Pronto a metterti in gioco?

Cosa hai pensato all’inizio del cammino? Ti eri fatto un’idea su come si sarebbe svolto il lavoro? Se sì, quell’idea è stata confermata dalla realtà oppure no?

All’inizio ho pensato che non sarei riuscito a seguire le dritte degli editor. Avevo e ho ancora, da eterno insicuro, dubbi relativi alle mie possibilità.No, non avevo proprio idea di cosa significasse lavorare gomito a gomito, anzi, mouse a mouse, con qualcuno. Tanto meno con un editor.

Come hai vissuto i mesi passati insieme a fare editing?
I mesi, e le serate soprattutto, poiché scrivo per lo più di sera, quando i bambini non rompono i co…si acquietano, volevo dire, sono state illuminanti. Ripeto, non credevo di riuscire a tirar fuori ancora qualcosa dalla mente per il romanzo, invece, grazie a loro, ci sono riuscito.

Cosa hai imparato di nuovo?
Ho imparato cos’è una scaletta, di cui prima ignoravo l’esistenza, a caratterizzare i personaggi cosa a cui prima badavo poco, e a dare degli input al lettore per far sì che si trovasse anch’egli lì, tra le pagine del libro, insieme ai personaggi. Insomma tanto.

Quali sono stati i momenti più difficili?

I momenti più difficili sono stati quelli iniziali, quelli in cui la fiducia in me stesso vacillava. Dopo qualche dritta poi è andato tutto liscio.

E quelli di maggiore soddisfazione?

La soddisfazione più grande è stata quella finale, quando ho visto il manoscritto cambiato in meglio.

Credevi possibile portare ad uno step più “alto” il tuo manoscritto?
No. Come detto, avevo dubbi sulle mie capacità, ma anche perché ero convinto che non ci fosse più niente da dire, o scrivere sulla storia.

Tre aggettivi per descrivere il percorso fatto insieme… di pancia!

Illuminante, istruttivo, incredibile.
Tutti con la I, per par condicio.

Grazie per il confronto, grazie per il tempo che ci hai dedicato

Fare editing con Biplane Edizioni – Elisa Bedoni “il vento non si arrende”

Caro autore Biplane, dopo un lungo e appassionato cammino di editing vissuto insieme ci piacerebbe conoscere il tuo punto di vista, le tue emozioni, cosa hai imparato, le domande ma anche le fatiche e le gioie che hai provato durante il lavoro intrapreso con noi… Pronto a metterti in gioco?

Cosa hai pensato all’inizio del cammino? Ti eri fatto un’idea su come si sarebbe svolto il lavoro?
Se sì, quell’idea è stata confermata dalla realtà oppure no?
Prima di proporre il manoscritto alla casa editrice mi ero appoggiata a un’editor esterna che conoscevo con la quale avevamo già fatto un lavoro corposo. Quando il manoscritto è stato accettato c’erano da fare più che altro piccole aggiustature, micro-editing, e così è stato.

Come hai vissuto i mesi passati insieme a fare editing?
Con la preoccupazione di rispettare le scadenze! Anche se il lavoro non era consistente, si trattava comunque di trovare il tempo per farlo…

Cosa hai imparato di nuovo?
Ho imparato che tanti occhi vedono tante cose diverse, che non c’è una regola che vale per tutti nella scrittura. E che un occhio in più è capace di scovare quel difetto sfuggito agli altri o che per altri era insignificante.

Credevi possibile portare ad uno step più “alto” il tuo manoscritto?
Sì, l’ho sempre pensato, soprattutto prima di iniziare il primo editing, quello fatto al di fuori della casa editrice: ero sicura che aveva bisogno di essere migliorato. Quando l’ho presentato alla Biplane aveva già fatto passi da gigante, eppure è migliorato ancora: a volte un piccolo dettaglio può cambiare completamente le sfumature.

Tre aggettivi per descrivere il percorso fatto insieme… di pancia!
Minuzioso, attento, empatico.

Grazie per il confronto, grazie per il tempo che ci hai dedicato

Fare editing con Biplane Edizioni – Davide Panzarella “un autunno particolare”

Caro autore Biplane, dopo un lungo e appassionato cammino di editing vissuto insieme ci piacerebbe conoscere il tuo punto di vista, le tue emozioni, cosa hai imparato, le domande ma anche le fatiche e le gioie che hai provato durante il lavoro intrapreso con noi… Pronto a metterti in gioco?

Cosa hai pensato all’inizio del cammino? Ti eri fatto un’idea su come si sarebbe svolto il lavoro? Se sì, quell’idea è stata confermata dalla realtà oppure no?

In realtà, visto che “un autunno particolare” è il mio primo romanzo, prima di iniziare l’editing non avevo un’ idea particolarmente precisa di ciò che avrei affrontato. Nonostante sia passato un po’ di tempo, ricordo molto bene il giorno in cui ricevetti la prima mail con le indicazioni da seguire: tornando da scuola, mi sedetti davanti al computer e rimasi lì per ore di fila. Ero armato di una buona dose di entusiasmo e non vedevo l’ora di cominciare questa esperienza.

Come hai vissuto i mesi passati insieme a fare editing?

Sono stati piacevolmente impegnativi. Cercavo di lavorare al manoscritto con costanza e poi, nei periodi di pausa (e in cui attendevo nuove indicazioni), mi ponevo l’obiettivo di “dimenticare” ciò a cui mi ero dedicato. Quest’abitudine mi consentiva di analizzare ogni nuova versione con sguardo più acuto e critico.

Cosa hai imparato di nuovo?

Ad analizzare (e riscrivere) porzioni di testo ponendomi un certo tipo di domande e ricercando determinati effetti. E poi, ad alleggerire, cesellare, modellare.

Quali sono stati i momenti più difficili?

Ogni momento è stato impegnativo in modo diverso, è difficile sceglierne uno in particolare. Però, in linea di massima, più si va avanti con le revisioni e più bisogna tenere alta l’attenzione per scovare incongruenze e “problemini” meno evidenti di altri e che, proprio per questo motivo, possono essere sfuggiti nei passaggi precedenti. Quindi (forse) a risultare un po’ più impegnative sono state le fasi finali dell’editing.

E quelli di maggiore soddisfazione?

Quelli in cui, dopo averci lavorato sopra, una scena o un particolare passaggio apparivano più fluidi e meglio strutturati rispetto a prima. Riuscire a far emergere il potenziale di alcuni blocchi di storia è di sicuro gratificante.

Credevi possibile portare ad uno step più “alto” il tuo manoscritto?

Sì, si può sempre migliorare. Soprattutto quando si lavora insieme a persone competenti.

Tre aggettivi per descrivere il percorso fatto insieme… di pancia!

Attento, piacevole, stimolante.

Grazie per il confronto, grazie per il tempo che ci hai dedicato

Fare editing con Biplane Edizioni – Barbara Cobianchi “di terra, di mare, di cielo”

Caro autore Biplane, dopo un lungo e appassionato cammino di editing vissuto insieme ci piacerebbe conoscere il tuo punto di vista, le tue emozioni, cosa hai imparato, le domande ma anche le fatiche e le gioie che hai provato durante il lavoro intrapreso con noi… Pronto a metterti in gioco?

Cosa hai pensato all’inizio del cammino? Ti eri fatto un’idea su come si sarebbe svolto il lavoro?
Ho sempre pensato che la cosa migliore fosse un rapporto personale fra autore ed editor, che solo un lavoro fatto a più mani su un testo che sta a cuore davvero a tutti coloro che ci lavorano fosse l’editing migliore.

Se sì, quell’idea è stata confermata dalla realtà oppure no?
Quest’idea è stata sicuramente confermata. Il lavoro sul testo è stato un lavoro condiviso, e ricco di confronto, come avevo sperato che fosse.

Come hai vissuto i mesi passati insieme a fare editing?
In realtà le mie giornate, come non lasciano mai molto tempo alla scrittura, non ne avevano molto da parte neppure per l’editing. E allora i mesi di editing sono state lunghe notti a spostare virgole e a soppesare parole, ad arrendersi qualche volta davanti a qualche paragrafo, a pensare la montagna più alta di quanto non fosse…salvo poi svegliarsi la mattina dopo e scoprire le parole, quelle più adatte c’erano già, nascoste da qualche parte, cavate fuori dai consigli delle mie editor.

Cosa hai imparato di nuovo?
Quello che si impara, non scrivendo, ma riscrivendo. Cambiare una parola, spostare una virgola, eliminare un paragrafo può fare la differenza.

Quali sono stati i momenti più difficili?
Sicuramente le notti a ridosso delle scadenze. Attimi di stanchezza e nervosismo, quando le parole sembravano proprio non prendere la direzione giusta.

E quelli di maggiore soddisfazione?
La maggior soddisfazione è stata sicuramente una su tutte: non dover per forza inserire le virgolette per segnalare i discorsi diretti.
Poi, certo, mettere la parola FINE e percepire, in quel momento, che insieme si era concluso un buon lavoro.

Credevi possibile portare ad uno step più “alto” il tuo manoscritto?
È questa la funzione dell’editing, no? Perciò sì. Del resto dalla collaborazione può nascere qualcosa di migliore.

Tre aggettivi per descrivere il percorso fatto insieme… di pancia!
Notturno, profondo, personale.

Grazie per il confronto, grazie per il tempo che ci hai dedicato

Fare editing con Biplane Edizioni – Elia Zordan “quattro passi, un respiro”

Caro autore Biplane, dopo un lungo e appassionato cammino di editing vissuto insieme ci piacerebbe conoscere il tuo punto di vista, le tue emozioni, cosa hai imparato, le domande ma anche le fatiche e le gioie che hai provato durante il lavoro intrapreso con noi… Pronto a metterti in gioco?

Cosa hai pensato all’inizio del cammino? Ti eri fatto un’idea su come si sarebbe svolto il lavoro?

All’inizio, anche se ne avevamo parlato, una rielaborazione così profonda, alla “radice”, non la credevo possibile – e non saprei dire come mai: forse perché non ne avevo mai avuta esperienza. Credevo si trattasse solo di cambiare qualche “stupida” virgola e non di creare di nuovo.

Se sì, quell’idea è stata confermata dalla realtà oppure no?

I mesi di editing sono stati sicuramente Intensi. Di lavoro duro e costante. Mesi riflessivi. Mesi con a volte il timore di non farcela ad arrivare fin dove ben non sapevo: c’era solo un intuizione all’orizzonte. Lo direi un lungo periodo pieno di interrogativi contorti. Un periodo un po’ Biagio, ecco…

Come hai vissuto i mesi passati insieme a fare editing?

Da autore neofita ho imparato un metodo di lavoro. Una costanza. Più di ogni altra cosa ad ascoltare la mia vera “voce narrativa”, a non avere paura di rifare, anche dall’inizio, e più volte. E che rifare fa fare meglio di prima, fa crescere come scrittore.

Quali sono stati i momenti più difficili?

I momenti più difficili: capire come mai alcuni passaggi difronte ad un “altro sguardo”, il vostro, non erano così come li intendevo io. E talvolta la nausea delle mie stesse parole scritte e lette e rilette centinaia di volte.

E quelli di maggiore soddisfazione?

I momenti di maggior soddisfazione: riuscire a riscrivere da nuovo migliorando, dando ancora più “colore” e soprattutto conservando la mia voce.

Credevi possibile portare ad uno step più “alto” il tuo manoscritto?

No. Credevo fosse sì migliorabile, il manoscritto, e lo volevo migliorare, ma non credevo fosse possibile fino a questo punto.

Tre aggettivi per descrivere il percorso fatto insieme… di pancia!

Intenso, Istruttivo, Rivelatore

Grazie per il confronto, grazie per il tempo che ci hai dedicato

Fare editing con Biplane Edizioni – S.Alice Piangente “umanità periferica”

Caro autore Biplane, dopo un lungo e appassionato cammino di editing vissuto insieme ci piacerebbe conoscere il tuo punto di vista, le tue emozioni, cosa hai imparato, le domande ma anche le fatiche e le gioie che hai provato durante il lavoro intrapreso con noi… Pronto a metterti in gioco?

 

Cosa hai pensato all’inizio del cammino? Ti eri fatto un’idea su come si sarebbe svolto il lavoro?
Allora, proprio all’inizio facevo fatica a pensare a qualunque cosa; ero troppo emozionata! Poi, quando ho cominciato a realizzare cosa stava per accadere, ho pensato ne sarebbe assolutamente valsa la pena. Sapevo che il lavoro di editing sarebbe stato impegnativo; le mie editrici lo avevano sottolineato sin dalla prima mail. Senza riserva! Ma io stessa ne ero consapevole essendo al mio romanzo d’esordio. Infatti non credevo nemmeno fosse degno di pubblicazione. Ero dunque pronta ad assorbire tutti i consigli possibili per migliorare la mia storia.

Se sì, quell’idea è stata confermata dalla realtà oppure no?
Assolutamente sì. Ho ricevuto un gran numero di consigli per sistemare al meglio il mio romanzo, alcuni dei quali non troppo semplici da mettere subito in atto, ma con un po’ di impegno sono riuscita a farli miei.

Come hai vissuto i mesi passati insieme a fare editing?
Tutto bene, grazie! Ho subito capito che potevo fidarmi delle mie editrici e ho riposto in loro molta fiducia. Penso che ci siamo intese fin da subito e ho sempre cercato di mettere in atto le loro correzioni. In alcuni momenti questo processo di miglioramento è stato meno immediato che in altri perché dovevo fare i conti con i così detti blocchi dello scrittore (anche se io ancora non mi definirei già tale), ma non mi sono mai sentita abbandonata a me stessa. Mi è piaciuto fin da subito osservare come il mio romanzo si trasformava per assumere maggior forma e profondità.

Cosa hai imparato di nuovo?
Beh, ho imparato così tanto, che, alla fine, non ero nemmeno più sicura fosse il caso di pubblicare il mio romanzo! Nel senso che è come se avessi imparato a scrivere da capo e quello che già avevo scritto mi sembrava tutto da rifare. Sicuramente la cosa che maggiormente ho appreso è stata limare i dialoghi. A me piacciono molto i dialoghi e le descrizioni troppo lunghe mi annoiano presto. Però io abusavo di virgolette, anche quando non era necessario. Mentre, al contrario, tendevo a non descrivere nulla dando per scontato che le scene dipinte nella mia testa si costruissero magicamente anche in quelle dei lettori. Meno dialoghi, quindi, e qualche piccolo dettaglio in più qua e là, anche due semplici parole, che mettessero a fuoco la vicenda. Poi ho imparato che “in fondo” avverbio si scrive staccato e che “sé stesso” va con l’accento, sebbene in tutte scuole che ho frequentato si scrivesse senza! Ma questi sono dettagli, no?

Quali sono stati i momenti più difficili?
Quelli dove le editrici chiedevano di integrare e approfondire, ma a me non veniva in mente niente di nuovo perché facevo fatica a figurarmi nella mente qualcosa di diverso da ciò che era in origine e quelli dove effettivamente mi mancavano delle conoscenze per farlo. E, allora, ho dovuto fare qualche ricerca per essere più corretta nella scrittura. Non è stato nemmeno semplice a volte, lo ammetto, accettare di tagliare delle parti a cui ero legata, ma che finivano per risultare ridondanti o svianti rispetto al focus del romanzo. Insomma, avevo tendenze un po’ logorroiche, a quanto pare.

E quelli di maggiore soddisfazione?
Riuscire a superare i momenti di difficoltà o blocco e osservare tutti i colori che la mia storia assumeva per la prima volta. Tutto qui. Non sono una che facilmente si sente soddisfatta del proprio operato.

Credevi possibile portare ad uno step più “alto” il tuo manoscritto?
Con certezza; era tutto ciò che volevo ma che sola sola non riuscivo a fare perché priva dell’esperienza necessaria.

Tre aggettivi per descrivere il percorso fatto insieme… di pancia!
Il primo è telefonoso. Scusate se invento una parola! Visto il periodaccio in cui il processo di editing si è svolto, nonostante io e la Biplane Edizioni non fossimo poi così distanti, sono servite lunghe telefonate e anche qualche incontro virtuale.
Talvolta lievemente indigesto. Non per il lavoro con le editrici, eh. Ci mancherebbe. Ma non ne potevo più di rileggere il mio romanzo per la centesima volta!
E infine, perché le cose più buone si tengono per ultime, colmo di gratitudine per tutto ciò che ho appreso e da cui forse, almeno spero, potrò partire per arrivare a essere una piccola scrittrice che cresce.

Grazie per il confronto, grazie per il tempo che ci hai dedicato

Conosciamo S.Alice Piangente

Cara S.Alice Piangente finalmente siamo arrivate alla tanto attesa pubblicazione del tuo romanzo “umanità periferica”… Il cammino è stato lungo ma ne è valsa la pena; ora il tuo/nostro “albero ha radici forti ed è pronto per farsi conoscere. Siamo molto soddisfatte del lavoro fatto insieme e contente di darti il benvenuto in Biplane! Come da tradizione ecco l’intervista a te dedicata; sei pronta?

Quanto è importante per te la scrittura e quale posto le dai nella tua vita?

Scrivere per me è molto importante perché mi permette di esprimermi in un mondo dove mi sono sempre sentita con una sorta di bavaglio alla bocca. Nella scrittura tutti i miei filtri sociali vengono meno e io posso definire me stessa, senza paura di non essere apprezzata e, tramite i miei personaggi, posso dare libero sfogo a tutte le emozioni che la mia anima sperimenta e spesso reprime nella vita di tutti i giorni. E poi mi piacciono le storie, anche quelle che sembrano più semplici e banali. Quella della mia vita è troppo asciutta per bastarmi. Così i miei personaggi arricchiscono il mio cammino con le proprie vicende sia positive che non e io li osservo con la curiosità di un bambino che scarta un regalo allettante.

Come mai hai scelto di usare uno pseudonimo?

Senza troppi giri di parole, ho scelto uno pseudonimo perché il mio vero nome non mi piace per niente! Lo trovo banale e poco significativo e non apprezzo neppure il suo suono. Mi piaceva l’idea di poter associare il mio nome a qualcosa che potesse essere caratteristico della mia persona. Il salice piangente che abbandona le proprie lievi frasche al vento, senza opporvisi, rappresenta il mio modo di vedere la vita in questo momento. Cerco, per quanto possibile, di affrontare gli eventi con l’umiltà consapevole che non sempre possiamo adattare il divenire delle cose a quelli che sono desideri e ambizioni personali. Accettare la sconfitta? Direi di no. Semplicemente abbandonarsi alla corrente, senza affogarvi dentro, né tentare di combatterla senza successo, logorandosi per la fatica. Ok, forse è più facile a dirsi che a farsi, ma penso che provarci sia l’importante.

A quale personaggio di “umanità periferica” sei più legata? Perché proprio lui/lei?

Diciamo che tutti i personaggi della storia sono come frammenti della mia anima e sceglierne uno non è semplice. Tuttavia, direi Angelo per solidarietà e supporto. Tra tutti gli alunni, lui è l’unico che, scegliendo di opporsi agli eventi con cui non riesce a trovare un equilibrio, si ritira a poco tempo dall’esame di stato, non riuscendo, a differenza dei compagni, a ricevere il diploma che avrebbe potuto garantirgli maggiori possibilità per la sua vita futura. Nonostante le sue qualità, rappresenta il fallimento di una società che per la maggior parte, non supporta i più giovani, né fornisce loro il giusto e doveroso sostegno per il raggiungimento dell’età adulta.

Come è nato il romanzo?

Il romanzo direi che è nato un po’ da sé, senza essere cercato. Una sera ascoltavo della musica camminando al buio, attorno al tavolo della cucina e improvvisamente nella mia mente hanno cominciato a disegnarsi alcune scene e alcuni personaggi ancora sconosciuti si sono intrufolati maldestramente nei miei respiri. Non se ne sono più andati. Anzi, urlavano a che la propria storia venisse raccontata. Ho cercato di fare del mio meglio per accontentarli e concedere loro la voce che chiedevano.

Dove e in quanto tempo lo hai scritto?

Allora, l’ho scritto su due diversi computer perché uno si è rotto e l’ho scritto nei pressi di casa mia a Varese. Non ricordo bene in quanto tempo. Probabilmente attorno a un anno, massimo due.

Quali sono i tuoi autori preferiti?

Aiuto! Domanda non facile perché, lo ammetto, ho sempre fatto fatica a leggere più volte uno stesso autore. Non ne capisco nemmeno io il motivo e probabilmente è una questione che dovrò risolvere prima o poi. Inoltre, al liceo che ho frequentato si può dire avessi professori non dilettati dalla lettura, ma davvero ossessionati. Ho dovuto leggere così tanto, e forzatamente, che la mia memoria col tempo ha fatto un bel puzzle caotico che ancora non ho avuto il tempo e le capacità di riordinare. Ad ogni modo, riguardo alla prosa, ho un debole per Dostoevskij. Un po’ deprimente, lo so, ma maledettamente profondo nel trattare di anima, con i suoi desideri, frustrazioni, ire… Per la poesia, invece, apprezzo molto Shakespeare, che sa farmi innamorare delle parole e Ungaretti con la semplicità disarmante dei suoi versi.

La più bella frase che hai trovato in un romanzo…

Ho particolarmente a cuore una frase molto famosa, di Ernest Hemingway, tratta dal romanzo Per Chi Suona la Campana. “Dunque non chiedere mai per chi suona la campana. Essa suona per te.” Nel suo intento di sottolineare la fratellanza degli uomini in maniera così severa, mi ha sempre incusso una certa soggezione. Per questo ha messo radici così profonde nella mia anima, ricordandomi che ci sono battaglie dove l’umanità combatte contro sé stessa e che, dunque, si manifesta sconfitta in partenza.

Ascolti musica mentre scrivi?

No, mi deconcentra. Semmai la ascolto prima o dopo l’atto della scrittura. Mi aiuta a fare uscire storie e personaggi.

 A quale film o colonna sonora assoceresti il tuo romanzo?

Direi a qualcosa di abbastanza classico con tanto pianoforte. Ma anche violini e percussioni. Proverei con un Beethoven agitato per i momenti di maggiore enfasi e un delicato e romantico Chopin per quelli più tranquilli. Ma non sono così erudita in questo campo, quindi meglio se resto sul generico per non rischiare scivoloni culturali.