Conosciamo Elisa Bedoni

Benvenuta Elisa, sei ufficialmente entrata a far parte del volo letterario di Biplane Edizioni! Come da tradizione, ecco a te qualche domanda perché i tuoi lettori possano cominciare a conoscerti…

Com’è nato “il vento non si arrende”?

È stata una gestazione molto lunga. E direi inattesa. Mi sono messa a scrivere, ormai dieci anni fa, quasi per un gioco con me stessa, perché mi avevano regalato un portatile e non sapevo bene cosa farmene. Inventavo storie, da sempre, per me stessa, ma non avevo mai pensato di scriverle. Una sera – ero in vacanza con i miei figli in un posto molto isolato – per riempire il tempo e usare questo portatile ho iniziato a scriverne una. Ne ho perso il controllo (credo che a un certo punto si sia scritta da sola…) ed è nata una storia che aveva un inizio e una fine. Non mi piaceva molto. Poi, grazie all’aiuto di due corsi della scuola Holden e a una persona eccezionale che si chiama Alessandra Minervini – scrittrice, docente della Holden ed editor – l’ho riscritta due volte, migliorandola, rimodellandola, stravolgendola. Ed è nato “Il vento non si arrende”.

Quando hai cominciato ad appassionarti alla scrittura?

Da ragazza scrivevo molto, diari soprattutto, ma non avevo mai preso la cosa seriamente. Dopo la laurea ho abbandonato la professione veterinaria e ho lavorato nella redazione di una rivista di settore: ho sperimentato che scrivere era divertente. Mi sono stupita vedendo che scrivevo con abbastanza spigliatezza, e con buoni risultati. Qualcuno mi faceva i complimenti. Scribacchiavo qua e là: un blog, facebook. Mi piaceva, cito Baricco, “mettere in ordine pensieri nella forma rettilinea di una frase”. Ma lo facevo sempre senza prendermi seriamente. Se devo stabilire un momento in cui è nata la vera passione, è stato mentre lavoravo con Alessandra: è come se, riscrivendo questo romanzo, avessi trovato una formula magica con cui dare vita e corpo a un’idea. Scrivere per me è come esercitarsi a padroneggiare questa formula magica: è una sensazione bellissima. E lì ho capito che scrivere mi era diventato indispensabile.

Come sono “arrivati” i protagonisti del romanzo Daria, Leo, Sam e Pietro? Sei stata ispirata da qualche persona che fa parte della tua vita o sono stati creati dalla tua immaginazione?

Quando ho iniziato a scrivere questa storia, molte persone che conoscevo stavano vivendo fallimenti di relazioni o matrimoni. Soprattutto avevo continuamente a che fare con donne sole con figli, lasciate da compagni o mariti, o che avevano a loro volta troncato relazioni difficili o senza speranza. Da madre, le loro storie mi turbavano. Credo di aver iniziato a scrivere questa storia perché avevo bisogno di analizzare questo turbamento e, forse, di dare un senso alle loro storie. Daria (anche se aveva un altro nome all’inizio) è nata dalle storie di queste donne. Potrei dire che è il riassunto immaginario di tante donne che ho conosciuto. A ruota sono nati gli altri personaggi, immaginari, ma ognuno di loro ha qualcosa, anche solo un piccolo dettaglio, di persone reali.

Cosa legge Elisa di solito?

Posso rispondere dicendo cosa non leggo di solito? Non cerco la narrativa di genere: gialli, horror, fantasy… ciò non vuol dire che se mi ci imbatto non li sappia apprezzare. Mi definisco una lettrice nervosa: ci sono troppe cose da leggere, e ho troppo poco tempo per farlo. Così a volte mi ritrovo a leggere due o tre libri contemporaneamente, magari di tipo completamente diverso. Prediligo la narrativa, mi piace spaziare tra i contemporanei, da Auster a Zerocalcare. Amo soprattutto i romanzi, non disdegno i racconti, apprezzo le graphic novel. Mi piace ripescare tra i classici, rileggendo quelli dimenticati o particolarmente amati o prendendo in mano quelli (tanti, troppi…) mai affrontati. Mi piacciono le storie impregnate di vita vera e quelle in bilico tra il sogno e la follia.

Dove e quando scrivi, di solito?

Ho quattro figli, e tempo e privacy concessi col contagocce. Mi sono sistemata un angolo in una stanza dove posso ritirarmi. Ma scrivo prevalentemente quando tutti dormono, la notte o la mattina presto. Le ore dedicate alla scrittura sono ore strappate al sonno, ma in ogni momento della giornata e in ogni luogo si nasconde quell’idea che potrebbe dare vita a un personaggio, o a una storia. Vivo costantemente a cavallo tra la vita vissuta e quella narrata.

Qual è il tuo scrittore preferito e perché?

Non so rispondere facilmente a questo genere di domande. È difficile sceglierne uno. La mia vita di lettrice è un susseguirsi di innamoramenti. Ma a uno posso dire di essere fedele da più di vent’anni: Alessandro Baricco. Mi piace il suo modo di narrare e soprattutto amo le sue storie e i suoi personaggi: di quelli, appunto, in bilico tra il sogno e la follia. Tra i grandi scrittori del passato, Conrad è quello che mi ha regalato emozioni forti e permanenti, anche se non ho letto tutto. Credo perché ha a che fare col mare, coi misteri e le paure che il mare personifica. E, a pensarci bene, anche di Baricco mi sono innamorata con Oceano Mare…

Conosciamo Vincenzo De Lillo

Benvenuto Vincenzo, buon inizio di volo! Il tuo romanzo è nato in un momento davvero particolare della storia del mondo, ma dato che nella vita nulla accade “per caso” siamo davvero contente di poter portare alle persone, proprio in questo momento, del sano buonumore grazie a te.

Hai voglia di raccontarci come e quando è nato il desiderio di scrivere? Cos’è per te la scrittura?

Il desiderio di scrivere mi ha accompagnato sin da giovanissimo, sin da quando a scuola non vedevo l’ora che arrivasse il giorno del compito d’italiano, l’unica materia in cui riuscivo ad esprimermi con una certa facilità. Solo allora infatti, poiché ero molto timido e impacciato, potevo liberarmi, mostrare ciò che avevo da dire. Ma ero contento soprattutto per mia madre, perché almeno in una materia, bene o male, avrei raggiunto una sufficienza. In ogni caso il desiderio è una cosa, il coraggio e il tempo di mettere nero su bianco sono altro. Quelli sono venuti relativamente tardi, nel 2016, quando, a seguito di un’improvvisa perdita del lavoro, ahimè, ho trovato di colpo, entrambi.

Com’è nato “delirio”?

Delirio è nato proprio in quel momento, dal nulla, da un giorno all’altro. Avevo una storia in testa e l’ho messa su carta, anzi su Pc, iniziandola a gennaio e concludendola in circa tre mesi, nella prima stesura. Mi teneva occupato, in un momento per me difficile, da disoccupato appunto, in cui tra la ricerca di un nuovo lavoro e la paura del buio che avevo davanti a me, ero terrorizzato dal futuro.
La cosa curiosa è che tutto ciò che riuscivo a scrivere in quel momento storico della mia vita nonostante le tristi vicissitudini, fossero racconti, progetti, storie divertenti. Come se volessi nascondere con l’ironia quel malessere che vivevo.

Cosa ti fa ridere di solito?

Mi fanno ridere le situazioni paradossali, i dialoghi surreali, la realtà stravolta ma fatta passare per la normalità dei libri del mio guru Stefano Benni. Non mi manca il buonumore anche quando guardo film goliardici tipo: “Una notte da leoni”, o ancor più sconci come un “Porky’s” d’annata. Non mi fossilizzo su ciò che può essere considerato volgare o meno, se mi fa ridere, rido.

Nei romanzi che scrivi quanto c’è di te?

Scrivo storie che spesso partono da persone che nella mia vita ho realmente incontrato, che diventano protagoniste nei miei scritti di avventure divertenti che avrebbero potuto vivere nel loro quotidiano, quindi posso dire che, in fondo, di me personalmente, c’è poco, ma c’è tanto di quello che ho vissuto, sicuramente.

Chi è il tuo più grande fan?

Non ho fan che si strappano i capelli o lanciano reggiseni al mio passaggio, purtroppo, ma qualcuno che ama leggere ciò che scrivo esiste. Mia moglie, mio fratello, qualche amica fidata cui sottopongo i miei scritti per avere un giudizio sincero. “pochi ma buoni”, potrei scrivere, ma in verità sono gli unici disposti a prendersi la scocciatura di farlo.

Chi è Vincenzo De Lillo?

Vincenzo De Lillo è un napoletano 43enne con gli occhiali, mammone, marito innamorato e padre felice di due pargoletti di 8 e 10 anni, tanto dolci quanto rompiscatole; per portare il piatto a tavola lavora come autista in una struttura sanitaria privata napoletana. Aggiungo che, per smontare i luoghi comuni, non suono il mandolino, non delinquo e non vado in giro in moto senza casco. Anche perché non ho la moto.

Grazie di cuore per il tempo che ci hai dedicato e per la condivisione di chi sei con i nostri lettori.

Conosciamo Elia Zordan

Benvenuto Elia, siamo davvero contente che tu faccia parte della nostra casa editrice. Il lavoro fatto insieme sul tuo romanzo “quattro passi, un respiro” per noi è stato fonte di grande soddisfazione.

Hai voglia di raccontarci come è nato “Biagio, studente di Medicina”, ora “quattro passi, un respiro”? Ricordi dove eri quando ti è venuta l’idea?

Come spesso mi accade – quasi sempre, a dire la verità – anche “quattro passi, un respiro” nacque mentre scrivevo altro. Di quel giorno in cui mi accorsi di lui – in qualche modo avevo intuito che c’era, era già presente in me – ricordo che stava per piovere, e che le nuvole erano la memoria di una Trieste ormai lontana dalla mia vita di tutti i giorni. Quell’intuizione rimase una pagina silenziosa, come un seme per tutto l’inverno. E la primavera. Poi, sul finire dell’estate, viaggiando attraverso il sud della Francia, tutto cominciò a fluire senza più tacere. Era il personaggio di Mara a voler uscire con forza. Notai che il mio linguaggio era cambiato: era nuovo. Questo accadeva qualche anno fa…

La tua scrittura è essenziale e allo stesso tempo capace di aprire finestre su interi mondi. La scrittura per te è istinto o un processo fatto di studio e riflessione?

All’inizio mi lascio andare a qualcosa che ho davanti, che spesso identifico con un’emozione provata, o soltanto intuita. Sensazioni digerite, o rimaste sullo stomaco, non fa differenza. Poi quando è il momento, e a volte un’interruzione non c’è, ritorno sopra il pezzo grezzo e cesello. Do forma. Cesello più volte. Tagliando, ricucendo, storcendo per riattaccare pezzi rimasti sparsi capita che scopra cose nuove rimaste nascoste. Che sono altre vie, altri orizzonti. Così ricomincio a lasciarmi andare di nuovo, e poi a cesellare. E a tagliare, ricucire, storcere per riattaccare… Mi piace immaginare le parole come materia da plasmare, su cui rimangono le impronte, e che a volte resta sotto le unghie delle mani come fa la terra.

I tuoi ringraziamenti cominciano con questa frase: “Ringrazio la mia famiglia, altrimenti non avrei imparato nulla da questo libro” … ti va di raccontarci cosa hai imparato?

Con questa frase volevo essere ironico: prendermi un po’ in giro… Un modo per capire se avevo riflettuto abbastanza, prima di chiudere per sempre “quattro passi, un respiro”. Perché capita di avere tra le mani libri che non riapriremo, nemmeno per una sola seconda volta. E che a cercarli, dopo anni, o semplicemente dopodomani, non ritroveremo più – così come accade con certe cose della vita – e conviene chiederselo, a volte, se basta così o se c’è qualcosa che sfugge ancora.

Quanto c’è di Elia in Biagio?

La mia storia personale non è quella di Biagio, di Mara, di Lucia. Ma una tra quelle. Sono convinto che ora, compiuti trent’anni, in tasca, ci ritroviamo gli stessi ricordi di quando eravamo bambini, adolescenti. Gli stessi sogni realizzati o assopiti. Talvolta anche infranti. Eravamo una generazione di ventenni con la voglia di combinare qualcosa di buono per riscattare il nostro personale posto nel mondo. Come del resto tutti, a quell’età.

Cosa ti ha spinto a partecipare al Calvino?

Nel 2017 amici di amici partecipavano al Coop For Words. Era la prima volta che facevo leggere qualcosa di mio a qualcuno. Poi mi telefonarono per andare a Mantova: ero tra i finalisti. Ero contento: il mio piccolo tenero racconto pubblicato. Avere tra le mani quella raccolta era come custodire un tesoro. Una parte di me. L’anno seguente – sempre amici di amici – tentavano al Calvino, così accettai di rimettermi in gioco: la prima timidezza l’avevo ormai superata. Mancava poco più di un mese alla scadenza, così aprii il cassetto – quello dei romanzi – scelsi, imbustai, spedii il tutto. «Ti è andata bene anche questa volta», sorridevano amici di amici…

Senti di voler dare qualche consiglio a chi desidera scrivere un romanzo?

Non è da molto che penso a un mio scritto come a un’opera finita: pubblicata. E l’esperienza così breve, in questi termini, con tutta probabilità mi farà ripetere qualcosa che è già stato detto, magari da voci più importanti. Ma una cosa che ho vissuto è che la timidezza a farsi leggere non serve, ostacola.

Grazie di cuore per il tempo che ci hai dedicato!

Conosciamo Samuele Arba

Benvenuto Samuele, sei pronto a volare con noi? Noi sì, prontissime!! Per cominciare a raccontare di te e del tuo romanzo – un uomo qualunque – è “d’obbligo” partire da un “indizio”, un particolare molto importante… un concept album di uno dei più grandi cantautori italiani, Fabrizio De André: “Storia di un impiegato” (1973). Ci racconti perché questo disco è così fondamentale per te e il tuo romanzo?

La storia dell’album di De André narra le vicende di un giovane impiegato che, dopo aver ascoltato un brano della rivoluzione del Maggio ’68, decide di ribellarsi al suo ruolo in società. Nel 2011, quando a Barcellona – e in tutta Spagna – scoppiò la rivolta del Movimento 15-M, girovagando nella Plaça Catalunya occupata dagli Indignados, ho pensato che i motivi per cui manifestavano quelle persone erano gli stessi che avevano spinto l’impiegato di De André alla sua ribellione. La trama del disco calzava a pennello nella Barcellona del 2011. Un uomo qualunque perciò si ispira alla trama di ‘Storia di un impiegato’ anche se Xavi, il personaggio principale del romanzo, è l’antitesi dell’impiegato di De André.
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Conosciamo Barbara Cobianchi

Ciao Barbara, benvenuta sul nostro Biplano, tu sarai il nostro primo “volo”… emozionata?

Molto, davvero. È l’emozione di veder prendere forma il mio romanzo, di farlo arrivare ai lettori, ma, soprattutto, l’emozione di “volare” con voi, di sapere che spiegheremo le ali insieme con l’entusiasmo che accompagna ogni nuova avventura.

Noi ci siamo già innamorate della tua scrittura e della tua storia. Ci piacerebbe molto che anche chi sta leggendo possa cominciare a conoscerti…ti va di raccontare chi sei?

Chi sono? Domanda difficile. 😊 Direi che sono una “racconta storie”. Non una storyteller come si dice oggi per i professionisti della scrittura, solo una semplice “racconta storie”. Racconto storie sul letto ai miei figli e sono le storie di me da giovane per essere loro più vicina, racconto storie a miei alunni di liceo e sono storie di un passato lontano che li stupisce ogni volta, racconto storie a chi mi sta accanto e sono storie normali di giornate normali. E poi racconto storie quando scrivo e sono storie di personaggi che prendono forma, storie in cui qualcuno può rispecchiarsi, storie che vogliono parlare a tutti.
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