Conosciamo le traduttrici di “una vita di giorni impossibili”

Qual è stata la maggiore difficoltà che avete incontrato nel tradurre “una vita di giorni impossibili”?

Alessandra Patriarca: Ognuna delle tre Willa ha una propria personalità e un proprio linguaggio, legati non solo all’età, ma anche all’esperienza di vita trascorsa. Conservare e trasmettere queste particolarità è stata sicuramente una sfida.
Sabrina Campolongo: Sicuramente la voce di Silver Willa è quella che mi ha dato più filo da torcere. Questa ultranovantenne un po’ svalvolata è spesso in lotta con le parole e finisce per fare delle connessioni tutte sue, sulla base del loro suono o di punti di contatto ancora più impalpabili. Conservare il più possibile il percorso tortuoso nella mente di Silver Willa e anche l’effetto comico finale di questi “svarioni” è stata una bella sfida.

Cosa vi è piaciuto di più del romanzo?

Alessandra Patriarca: Il significato più profondo, l’interpretazione psicanalitica delle tre età di Willa che riesce a coesistere con la trama quasi di favola che è il filo conduttore del romanzo.
Sabrina Campolongo: Il modo in cui l’universo dell’infanzia è reso senza forzature, come se Tabitha Bird viaggiasse nel tempo.

Come descrivereste la scrittura di Tabitha?

Alessandra Patriarca: Dal punto di vista linguistico e sintattico è decisamente scorrevole. La struttura che ha dato al susseguirsi dei fatti, che avvengono in tre epoche diverse, richiede al lettore un po’ più di impegno, ma ne vale di sicuro la pena.
Sabrina Campolongo: Immaginifica, ricca e al tempo stesso semplice. Consapevole.

Qual è stata la sfida che avete incontrato nel replicare l’atmosfera dall’inglese all’italiano?

Alessandra Patriarca: Il romanzo è permeato dell’atmosfera rurale australiana, pur spaziando dal 1965 al 2050, ed è stato importante riuscire a trasmettere questa dimensione poco urbana, con radici profonde nella natura, nella fauna e flora tipica di quei luoghi, che prende a volte un risvolto quasi magico.
Sabrina Campolongo: Una sfida molto divertente è stata quella di ricreare in italiano il linguaggio privato delle Willa, che comprende parole come amaze-a-loo (che abbiamo scelto alla fine di tradurre con fantasticissimo). Una sfida invincibile quella dei biscotti tanto amati dalla nonna, i jam drops, due sole scoppiettanti sillabe in inglese. Alla fine abbiamo scelto gemme di marmellata, ben sette sillabe… se c’era un’alternativa migliore non l’abbiamo trovata.

Cosa è rimasto in voi del romanzo?

Alessandra Patriarca: Senza dubbio gli stivali di gomma di Super Willa (a 8 anni, ma anche a 93)
Sabrina Campolongo: Mi ha riportato a un tempo della mia vita in cui credevo che la magia fosse reale.

L’aspetto che amate di più del vostro lavoro?

Alessandra Patriarca: Il fatto che in una traduzione niente è mai scontato o banale.
Sabrina Campolongo: Credo che la traduzione sia l’esperienza di lettura più profonda che si possa fare. Non si può correre avanti o sorvolare, o rimandare a un’eventuale rilettura: ogni parola deve essere vista e compresa, anche agli spazi bianchi bisogna dare un significato. Alla fine si ha l’impressione di essere il lettore numero uno di quel testo, ci si è dentro completamente. Quando si tratta di un buon romanzo è un momento esaltante.

Conosciamo Tabitha Bird

Ci pare di capire che “una vita di giorni impossibili” è stato un modo per “guarire”. Ma come e quando ti è venuta l’idea per il personaggio di Willa e la storia di lei nelle diverse età? E perché gli stivali da pioggia? E la meravigliosa idea di piantare un oceano?

Ho iniziato a scrivere undici anni fa senza assolutamente alcuna intenzione di scrivere! Era un periodo buio della mia vita e ho iniziato un percorso psicoterapeutico per affrontare il trauma. In una delle prime sessioni il mio terapista mi chiese: “A cosa assomiglia il dolore?” e io all’inizio pensai fosse una domanda bizzarra, ma quello lo identifico con il seme dell’idea delle Willa. Ho iniziato a giocare con il concetto di dolore come di qualcosa che avesse materia, forma e colore. Ma la cosa più dirompente per me è stato chiedermi: “E se il dolore avesse una voce? Cosa accadrebbe se il mio dolore potesse parlare?” Nei mesi e negli anni mandai al terapista la storia di un personaggio di nome Beast e di una ragazza che abita nel suo cuore. Quando ho terminato il libro, ho realizzato che non era quella la storia che volevo raccontare. La narrativa era ciò che amavo e ho usato il “realismo magico” per creare una storia di pura fantasia per mostrare come una persona può affrontare il superamento di un trauma a diverse età. Le tre Willa sono nate da questa idea e “una vita di giorni impossibili” ha iniziato a prendere forma. Gli stivali da pioggia sono un simbolo del coraggio. Super Willa con gli Stivali voleva essere grande e coraggiosa e per questo portava gli stivali ai piedi. In questo modo pensava di saltare, pestare i piedi, fare rumore ed essere sentita in un mondo dove non aveva gran che voce. La magia dell’oceano confesso è stata una delle ultime cose a emergere nel romanzo. L’ho aggiunta durante uno degli ultimi giri di bozza. Volevo trovare un modo per far incontrare le Willa che fosse completamente originale. Non che accadesse aprendo le ante di un armadio! Quindi mi sono chiesta: “cosa potrebbe essere la cosa meno probabile a comparire in una cittadina rurale?” Spesso qui a Boonah abbiamo periodi di siccità e ho deciso che un oceano potesse essere molto improbabile. Allora mi sono chiesta cosa accadrebbe se uno potesse effettivamente spedire un oceano a qualcun altro. Come lo potrebbe fare? Ho immaginato che il modo più improbabile per far apparire un oceano potesse essere metterlo in un barattolo di vetro a sua volta contenuto in una scatola di cartone. A quel punto, mi sono molto divertita a far piantare alle Willa l’oceano nei loro cortili, rovesciando l’acqua del barattolo in un giardino. Ecco come è nata la magia dell’oceano-giardino!

Quanto hanno impattato Boonah e il Queensland su “una vita di giorni impossibili”? Ti piace la vita di campagna?

Quando ci siamo trasferiti a Boonah, il mio romanzo non aveva ancora una ambientazione. È strano da dire che un libro non ha ambientazione, ma mi sentivo “vagabonda nell’anima” e così il mio libro. Quando abbiamo acquistato la nostra vecchia casa, ho capito di aver trovato la mia prima casa ed ero ansiosa di darne una anche alle Willa. La nostra casa ha più di ottant’anni, le assi del pavimento sono segnate e le pareti hanno imperfezioni e scalfitture. Ho detto a mio marito che questa casa aveva una storia. Ho pensato che la nostra vecchia ragazza sapesse una o due cose… Così, nelle pagine del romanzo, ho trasferito le Willa a Boonah e tra le pareti della casa dove vivo. Adoro vivere a Boonah. La libertà di vivere senza il peso di debiti che una abitazione in città comporterebbe è importante per la mia famiglia. Abbiamo una splendida e antica Queenslander1 che non avremmo potuto permetterci in città. Amo anche la comunità che ci circonda. Boonah è un luogo dove la gente si ferma per strada a parlarti perché le interessa. Tutta la famiglia si sente accolta qui.

(nota 1: N.d.e.: dovrete leggere il libro per scoprire che genere di casa è una Queenslander!)

Quando e dove scrivi di solito? Hai un posto preciso, un rituale? Un preciso momento della giornata oppure uno o più giorni della settimana dedicati?

Sono tanto fortunata da poter scrivere a tempo pieno. Di solito scrivo tutti i giorni ma mai prima delle 10 del mattino. Sono un po’ nottambula e mi piace scrivere nella quiete della tarda serata o al mattino. Con tre ragazzi, la casa di solito è più tranquilla in quelle ore.

Hai un autore preferito? Cosa leggi di solito?

Mi piace leggere autori esponenti del genere del realismo magico. “Il Circo della Notte” di Erin Morgenstern è decisamente tra i preferiti. Ho amato anche “The Ten Thousand Doors of January” di Alix E. Harrow2, “Sette minuti dopo la mezzanotte” di Patrick Ness e “La moglie dell’uomo che viaggiava nel tempo” di Audrey Niffenegger. Tra gli australiani, i miei preferiti sono “Ascolta i fiori dimenticati” di Holly Ringland e “Ragazzo divora universo” di Trent Dalton.

(Nota 2: in corso di pubblicazione da parte di Mondadori)

Come è stato l’editing del romanzo? È stato lungo? Faticoso?

Non progetto mai nessuno dei miei romanzi perché mi piace l’avventura della scoperta insieme ai miei personaggi. E questo porta a prime bozze molto incasinate. Significa anche che l’editing strutturale dei miei romanzi è tosto. Ma va bene così: mi piace esplorare le storie e anche che l’editing sia anch’esso una scoperta. Non direi che gli interventi poi siano facili ma il processo è qualcosa che amo.

Stai scrivendo qualcosa di nuovo? È o è stato difficile dopo aver prodotto una storia così importante, delicata e coinvolgente?

Sto attualmente scrivendo il mio secondo libro, che sarà pubblicato da Penguin in Australia nell’aprile 2021. Il titolo è “THE EMPORIUM OF IMAGINATION”3 e racconta di un negozio ambulante magico che arriva in città e vende merci vintage e curiose. Tra le più rilevanti, vende telefoni che consentono agli abitanti della città di fare un’ultima telefonata a un caro defunto. Un’altra storia di realismo magico.
Scrivere questo libro è stata una gioia. Anche questo romanzo è costellato di personaggi dal cuore enorme, nostalgia, perdita e speranza. Ho scoperto che mi appassiona proprio scrivere di personaggi eccentrici e imperfetti che alla fine trovano la loro strada. E di magia! Mi piace giocare con la magia!

(Nota 3. Traduzione letterale: “l’emporio dell’immaginazione”)

Quanto importante è l’immaginazione nella vita? Come possiamo insegnarla ai bambini o aiutarli a svilupparla? È un dono o qualcosa che si può “allenare”?

Tutti noi possediamo l’immaginazione, ma non tutti ci concediamo di usarla, giocarci, di chiederci “e se?”. Immaginare è di vitale importanza perché è anche quello strumento che ci permette di metterci nei panni degli altri, di sognare per noi sogni grandiosi e quindi, in ultima istanza, di vivere la nostra vita migliore. I bambini sono curiosi di natura e ben predisposti a usare la loro immaginazione. Gli adulti possono aiutare a sviluppare la creatività, dando loro l’occasione di sognare e creare, facendo in modo che non abbiano giornate piene zeppe di impegni. Credo che sia importante per i nostri figli sperimentare la noia e avere l’opportunità di scoprire modi creativi per riempire il tempo. Ritengo anche che si debbano validare le idee dei bambini e incoraggiarli a perseguire anche il più enorme dei loro sogni e lasciare che la loro creatività conti.

“una vita di giorni impossibili” è un fantastico, delicato, commovente viaggio di speranza, guarigione, imparando a perdonare sé stessi. Qual è la recensione più bella che hai ricevuto dai tuoi lettori? Quella che ti ha reso davvero felice e orgogliosa.

Grazie! I miei lettori sono stati incredibili! Ho ricevuto valanghe di messaggi e lettere con le quali mi ringraziano per aver scritto il romanzo, raccontandomi come la storia delle Willa ha avuto un impatto sul loro viaggio verso la guarigione. Sono onorata di quanto a cuore abbiano preso le mie Willa e che molti lettori abbiano trovato il coraggio di affrontare i propri traumi. Non c’è davvero dono più grande per uno scrittore di scoprire che le proprie parole hanno dato agli altri speranza e abbiano fatto da catalizzatori per la loro guarigione.

La storia di Willa è una storia importante che merita e meritava di essere raccontata (ancora grazie per questo). Quanto facile o difficile è stato farla arrivare a un editore?

Beh, grazie! La storia è stata scelta da Penguin in un batter d’occhio. Ho avuto l’occasione attraverso la The Manuscript Academy negli Stati Uniti di chiacchierare con Kimberly Atkins, editore Penguin all’epoca. Dovevo mandarle le prime dieci pagine in modo da parlarne al telefono e ricevere i suoi suggerimenti su come migliorare la narrazione. Invece mi ha chiesto di mandarle 50 pagine e poi l’intero manoscritto. Kimberly è stata tra le prime a innamorarsi delle Willa. Abbiamo passato 40 minuti a parlare del romanzo e di quanto avesse adorato la storia. Ero emozionata e sorpresa. Poche settimane dopo ho ricevuto un’offerta di pubblicazione da parte di Penguin. Poi la Biplane ha scelto il mio libro e sono contenta e onorata che la storia veda la luce anche in Italia. Spero che a tutti i nuovi lettori piaccia l’incontro con le Willa. Che si possa tutti indossare i nostri enormi e coraggiosi stivali da pioggia, e riempire i nostri cuori di speranza.
Grazie!

Conosciamo Elisa Bedoni

Benvenuta Elisa, sei ufficialmente entrata a far parte del volo letterario di Biplane Edizioni! Come da tradizione, ecco a te qualche domanda perché i tuoi lettori possano cominciare a conoscerti…

Com’è nato “il vento non si arrende”?

È stata una gestazione molto lunga. E direi inattesa. Mi sono messa a scrivere, ormai dieci anni fa, quasi per un gioco con me stessa, perché mi avevano regalato un portatile e non sapevo bene cosa farmene. Inventavo storie, da sempre, per me stessa, ma non avevo mai pensato di scriverle. Una sera – ero in vacanza con i miei figli in un posto molto isolato – per riempire il tempo e usare questo portatile ho iniziato a scriverne una. Ne ho perso il controllo (credo che a un certo punto si sia scritta da sola…) ed è nata una storia che aveva un inizio e una fine. Non mi piaceva molto. Poi, grazie all’aiuto di due corsi della scuola Holden e a una persona eccezionale che si chiama Alessandra Minervini – scrittrice, docente della Holden ed editor – l’ho riscritta due volte, migliorandola, rimodellandola, stravolgendola. Ed è nato “Il vento non si arrende”.

Quando hai cominciato ad appassionarti alla scrittura?

Da ragazza scrivevo molto, diari soprattutto, ma non avevo mai preso la cosa seriamente. Dopo la laurea ho abbandonato la professione veterinaria e ho lavorato nella redazione di una rivista di settore: ho sperimentato che scrivere era divertente. Mi sono stupita vedendo che scrivevo con abbastanza spigliatezza, e con buoni risultati. Qualcuno mi faceva i complimenti. Scribacchiavo qua e là: un blog, facebook. Mi piaceva, cito Baricco, “mettere in ordine pensieri nella forma rettilinea di una frase”. Ma lo facevo sempre senza prendermi seriamente. Se devo stabilire un momento in cui è nata la vera passione, è stato mentre lavoravo con Alessandra: è come se, riscrivendo questo romanzo, avessi trovato una formula magica con cui dare vita e corpo a un’idea. Scrivere per me è come esercitarsi a padroneggiare questa formula magica: è una sensazione bellissima. E lì ho capito che scrivere mi era diventato indispensabile.

Come sono “arrivati” i protagonisti del romanzo Daria, Leo, Sam e Pietro? Sei stata ispirata da qualche persona che fa parte della tua vita o sono stati creati dalla tua immaginazione?

Quando ho iniziato a scrivere questa storia, molte persone che conoscevo stavano vivendo fallimenti di relazioni o matrimoni. Soprattutto avevo continuamente a che fare con donne sole con figli, lasciate da compagni o mariti, o che avevano a loro volta troncato relazioni difficili o senza speranza. Da madre, le loro storie mi turbavano. Credo di aver iniziato a scrivere questa storia perché avevo bisogno di analizzare questo turbamento e, forse, di dare un senso alle loro storie. Daria (anche se aveva un altro nome all’inizio) è nata dalle storie di queste donne. Potrei dire che è il riassunto immaginario di tante donne che ho conosciuto. A ruota sono nati gli altri personaggi, immaginari, ma ognuno di loro ha qualcosa, anche solo un piccolo dettaglio, di persone reali.

Cosa legge Elisa di solito?

Posso rispondere dicendo cosa non leggo di solito? Non cerco la narrativa di genere: gialli, horror, fantasy… ciò non vuol dire che se mi ci imbatto non li sappia apprezzare. Mi definisco una lettrice nervosa: ci sono troppe cose da leggere, e ho troppo poco tempo per farlo. Così a volte mi ritrovo a leggere due o tre libri contemporaneamente, magari di tipo completamente diverso. Prediligo la narrativa, mi piace spaziare tra i contemporanei, da Auster a Zerocalcare. Amo soprattutto i romanzi, non disdegno i racconti, apprezzo le graphic novel. Mi piace ripescare tra i classici, rileggendo quelli dimenticati o particolarmente amati o prendendo in mano quelli (tanti, troppi…) mai affrontati. Mi piacciono le storie impregnate di vita vera e quelle in bilico tra il sogno e la follia.

Dove e quando scrivi, di solito?

Ho quattro figli, e tempo e privacy concessi col contagocce. Mi sono sistemata un angolo in una stanza dove posso ritirarmi. Ma scrivo prevalentemente quando tutti dormono, la notte o la mattina presto. Le ore dedicate alla scrittura sono ore strappate al sonno, ma in ogni momento della giornata e in ogni luogo si nasconde quell’idea che potrebbe dare vita a un personaggio, o a una storia. Vivo costantemente a cavallo tra la vita vissuta e quella narrata.

Qual è il tuo scrittore preferito e perché?

Non so rispondere facilmente a questo genere di domande. È difficile sceglierne uno. La mia vita di lettrice è un susseguirsi di innamoramenti. Ma a uno posso dire di essere fedele da più di vent’anni: Alessandro Baricco. Mi piace il suo modo di narrare e soprattutto amo le sue storie e i suoi personaggi: di quelli, appunto, in bilico tra il sogno e la follia. Tra i grandi scrittori del passato, Conrad è quello che mi ha regalato emozioni forti e permanenti, anche se non ho letto tutto. Credo perché ha a che fare col mare, coi misteri e le paure che il mare personifica. E, a pensarci bene, anche di Baricco mi sono innamorata con Oceano Mare…

Conosciamo Vincenzo De Lillo

Benvenuto Vincenzo, buon inizio di volo! Il tuo romanzo è nato in un momento davvero particolare della storia del mondo, ma dato che nella vita nulla accade “per caso” siamo davvero contente di poter portare alle persone, proprio in questo momento, del sano buonumore grazie a te.

Hai voglia di raccontarci come e quando è nato il desiderio di scrivere? Cos’è per te la scrittura?

Il desiderio di scrivere mi ha accompagnato sin da giovanissimo, sin da quando a scuola non vedevo l’ora che arrivasse il giorno del compito d’italiano, l’unica materia in cui riuscivo ad esprimermi con una certa facilità. Solo allora infatti, poiché ero molto timido e impacciato, potevo liberarmi, mostrare ciò che avevo da dire. Ma ero contento soprattutto per mia madre, perché almeno in una materia, bene o male, avrei raggiunto una sufficienza. In ogni caso il desiderio è una cosa, il coraggio e il tempo di mettere nero su bianco sono altro. Quelli sono venuti relativamente tardi, nel 2016, quando, a seguito di un’improvvisa perdita del lavoro, ahimè, ho trovato di colpo, entrambi.

Com’è nato “delirio”?

Delirio è nato proprio in quel momento, dal nulla, da un giorno all’altro. Avevo una storia in testa e l’ho messa su carta, anzi su Pc, iniziandola a gennaio e concludendola in circa tre mesi, nella prima stesura. Mi teneva occupato, in un momento per me difficile, da disoccupato appunto, in cui tra la ricerca di un nuovo lavoro e la paura del buio che avevo davanti a me, ero terrorizzato dal futuro.
La cosa curiosa è che tutto ciò che riuscivo a scrivere in quel momento storico della mia vita nonostante le tristi vicissitudini, fossero racconti, progetti, storie divertenti. Come se volessi nascondere con l’ironia quel malessere che vivevo.

Cosa ti fa ridere di solito?

Mi fanno ridere le situazioni paradossali, i dialoghi surreali, la realtà stravolta ma fatta passare per la normalità dei libri del mio guru Stefano Benni. Non mi manca il buonumore anche quando guardo film goliardici tipo: “Una notte da leoni”, o ancor più sconci come un “Porky’s” d’annata. Non mi fossilizzo su ciò che può essere considerato volgare o meno, se mi fa ridere, rido.

Nei romanzi che scrivi quanto c’è di te?

Scrivo storie che spesso partono da persone che nella mia vita ho realmente incontrato, che diventano protagoniste nei miei scritti di avventure divertenti che avrebbero potuto vivere nel loro quotidiano, quindi posso dire che, in fondo, di me personalmente, c’è poco, ma c’è tanto di quello che ho vissuto, sicuramente.

Chi è il tuo più grande fan?

Non ho fan che si strappano i capelli o lanciano reggiseni al mio passaggio, purtroppo, ma qualcuno che ama leggere ciò che scrivo esiste. Mia moglie, mio fratello, qualche amica fidata cui sottopongo i miei scritti per avere un giudizio sincero. “pochi ma buoni”, potrei scrivere, ma in verità sono gli unici disposti a prendersi la scocciatura di farlo.

Chi è Vincenzo De Lillo?

Vincenzo De Lillo è un napoletano 43enne con gli occhiali, mammone, marito innamorato e padre felice di due pargoletti di 8 e 10 anni, tanto dolci quanto rompiscatole; per portare il piatto a tavola lavora come autista in una struttura sanitaria privata napoletana. Aggiungo che, per smontare i luoghi comuni, non suono il mandolino, non delinquo e non vado in giro in moto senza casco. Anche perché non ho la moto.

Grazie di cuore per il tempo che ci hai dedicato e per la condivisione di chi sei con i nostri lettori.

Conosciamo Elia Zordan

Benvenuto Elia, siamo davvero contente che tu faccia parte della nostra casa editrice. Il lavoro fatto insieme sul tuo romanzo “quattro passi, un respiro” per noi è stato fonte di grande soddisfazione.

Hai voglia di raccontarci come è nato “Biagio, studente di Medicina”, ora “quattro passi, un respiro”? Ricordi dove eri quando ti è venuta l’idea?

Come spesso mi accade – quasi sempre, a dire la verità – anche “quattro passi, un respiro” nacque mentre scrivevo altro. Di quel giorno in cui mi accorsi di lui – in qualche modo avevo intuito che c’era, era già presente in me – ricordo che stava per piovere, e che le nuvole erano la memoria di una Trieste ormai lontana dalla mia vita di tutti i giorni. Quell’intuizione rimase una pagina silenziosa, come un seme per tutto l’inverno. E la primavera. Poi, sul finire dell’estate, viaggiando attraverso il sud della Francia, tutto cominciò a fluire senza più tacere. Era il personaggio di Mara a voler uscire con forza. Notai che il mio linguaggio era cambiato: era nuovo. Questo accadeva qualche anno fa…

La tua scrittura è essenziale e allo stesso tempo capace di aprire finestre su interi mondi. La scrittura per te è istinto o un processo fatto di studio e riflessione?

All’inizio mi lascio andare a qualcosa che ho davanti, che spesso identifico con un’emozione provata, o soltanto intuita. Sensazioni digerite, o rimaste sullo stomaco, non fa differenza. Poi quando è il momento, e a volte un’interruzione non c’è, ritorno sopra il pezzo grezzo e cesello. Do forma. Cesello più volte. Tagliando, ricucendo, storcendo per riattaccare pezzi rimasti sparsi capita che scopra cose nuove rimaste nascoste. Che sono altre vie, altri orizzonti. Così ricomincio a lasciarmi andare di nuovo, e poi a cesellare. E a tagliare, ricucire, storcere per riattaccare… Mi piace immaginare le parole come materia da plasmare, su cui rimangono le impronte, e che a volte resta sotto le unghie delle mani come fa la terra.

I tuoi ringraziamenti cominciano con questa frase: “Ringrazio la mia famiglia, altrimenti non avrei imparato nulla da questo libro” … ti va di raccontarci cosa hai imparato?

Con questa frase volevo essere ironico: prendermi un po’ in giro… Un modo per capire se avevo riflettuto abbastanza, prima di chiudere per sempre “quattro passi, un respiro”. Perché capita di avere tra le mani libri che non riapriremo, nemmeno per una sola seconda volta. E che a cercarli, dopo anni, o semplicemente dopodomani, non ritroveremo più – così come accade con certe cose della vita – e conviene chiederselo, a volte, se basta così o se c’è qualcosa che sfugge ancora.

Quanto c’è di Elia in Biagio?

La mia storia personale non è quella di Biagio, di Mara, di Lucia. Ma una tra quelle. Sono convinto che ora, compiuti trent’anni, in tasca, ci ritroviamo gli stessi ricordi di quando eravamo bambini, adolescenti. Gli stessi sogni realizzati o assopiti. Talvolta anche infranti. Eravamo una generazione di ventenni con la voglia di combinare qualcosa di buono per riscattare il nostro personale posto nel mondo. Come del resto tutti, a quell’età.

Cosa ti ha spinto a partecipare al Calvino?

Nel 2017 amici di amici partecipavano al Coop For Words. Era la prima volta che facevo leggere qualcosa di mio a qualcuno. Poi mi telefonarono per andare a Mantova: ero tra i finalisti. Ero contento: il mio piccolo tenero racconto pubblicato. Avere tra le mani quella raccolta era come custodire un tesoro. Una parte di me. L’anno seguente – sempre amici di amici – tentavano al Calvino, così accettai di rimettermi in gioco: la prima timidezza l’avevo ormai superata. Mancava poco più di un mese alla scadenza, così aprii il cassetto – quello dei romanzi – scelsi, imbustai, spedii il tutto. «Ti è andata bene anche questa volta», sorridevano amici di amici…

Senti di voler dare qualche consiglio a chi desidera scrivere un romanzo?

Non è da molto che penso a un mio scritto come a un’opera finita: pubblicata. E l’esperienza così breve, in questi termini, con tutta probabilità mi farà ripetere qualcosa che è già stato detto, magari da voci più importanti. Ma una cosa che ho vissuto è che la timidezza a farsi leggere non serve, ostacola.

Grazie di cuore per il tempo che ci hai dedicato!

Conosciamo Samuele Arba

Benvenuto Samuele, sei pronto a volare con noi? Noi sì, prontissime!! Per cominciare a raccontare di te e del tuo romanzo – un uomo qualunque – è “d’obbligo” partire da un “indizio”, un particolare molto importante… un concept album di uno dei più grandi cantautori italiani, Fabrizio De André: “Storia di un impiegato” (1973). Ci racconti perché questo disco è così fondamentale per te e il tuo romanzo?

La storia dell’album di De André narra le vicende di un giovane impiegato che, dopo aver ascoltato un brano della rivoluzione del Maggio ’68, decide di ribellarsi al suo ruolo in società. Nel 2011, quando a Barcellona – e in tutta Spagna – scoppiò la rivolta del Movimento 15-M, girovagando nella Plaça Catalunya occupata dagli Indignados, ho pensato che i motivi per cui manifestavano quelle persone erano gli stessi che avevano spinto l’impiegato di De André alla sua ribellione. La trama del disco calzava a pennello nella Barcellona del 2011. Un uomo qualunque perciò si ispira alla trama di ‘Storia di un impiegato’ anche se Xavi, il personaggio principale del romanzo, è l’antitesi dell’impiegato di De André.
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Conosciamo Barbara Cobianchi

Ciao Barbara, benvenuta sul nostro Biplano, tu sarai il nostro primo “volo”… emozionata?

Molto, davvero. È l’emozione di veder prendere forma il mio romanzo, di farlo arrivare ai lettori, ma, soprattutto, l’emozione di “volare” con voi, di sapere che spiegheremo le ali insieme con l’entusiasmo che accompagna ogni nuova avventura.

Noi ci siamo già innamorate della tua scrittura e della tua storia. Ci piacerebbe molto che anche chi sta leggendo possa cominciare a conoscerti…ti va di raccontare chi sei?

Chi sono? Domanda difficile. 😊 Direi che sono una “racconta storie”. Non una storyteller come si dice oggi per i professionisti della scrittura, solo una semplice “racconta storie”. Racconto storie sul letto ai miei figli e sono le storie di me da giovane per essere loro più vicina, racconto storie a miei alunni di liceo e sono storie di un passato lontano che li stupisce ogni volta, racconto storie a chi mi sta accanto e sono storie normali di giornate normali. E poi racconto storie quando scrivo e sono storie di personaggi che prendono forma, storie in cui qualcuno può rispecchiarsi, storie che vogliono parlare a tutti.
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