Fare editing con Biplane Edizioni – Davide Panzarella “un autunno particolare”

Caro autore Biplane, dopo un lungo e appassionato cammino di editing vissuto insieme ci piacerebbe conoscere il tuo punto di vista, le tue emozioni, cosa hai imparato, le domande ma anche le fatiche e le gioie che hai provato durante il lavoro intrapreso con noi… Pronto a metterti in gioco?

Cosa hai pensato all’inizio del cammino? Ti eri fatto un’idea su come si sarebbe svolto il lavoro? Se sì, quell’idea è stata confermata dalla realtà oppure no?

In realtà, visto che “un autunno particolare” è il mio primo romanzo, prima di iniziare l’editing non avevo un’ idea particolarmente precisa di ciò che avrei affrontato. Nonostante sia passato un po’ di tempo, ricordo molto bene il giorno in cui ricevetti la prima mail con le indicazioni da seguire: tornando da scuola, mi sedetti davanti al computer e rimasi lì per ore di fila. Ero armato di una buona dose di entusiasmo e non vedevo l’ora di cominciare questa esperienza.

Come hai vissuto i mesi passati insieme a fare editing?

Sono stati piacevolmente impegnativi. Cercavo di lavorare al manoscritto con costanza e poi, nei periodi di pausa (e in cui attendevo nuove indicazioni), mi ponevo l’obiettivo di “dimenticare” ciò a cui mi ero dedicato. Quest’abitudine mi consentiva di analizzare ogni nuova versione con sguardo più acuto e critico.

Cosa hai imparato di nuovo?

Ad analizzare (e riscrivere) porzioni di testo ponendomi un certo tipo di domande e ricercando determinati effetti. E poi, ad alleggerire, cesellare, modellare.

Quali sono stati i momenti più difficili?

Ogni momento è stato impegnativo in modo diverso, è difficile sceglierne uno in particolare. Però, in linea di massima, più si va avanti con le revisioni e più bisogna tenere alta l’attenzione per scovare incongruenze e “problemini” meno evidenti di altri e che, proprio per questo motivo, possono essere sfuggiti nei passaggi precedenti. Quindi (forse) a risultare un po’ più impegnative sono state le fasi finali dell’editing.

E quelli di maggiore soddisfazione?

Quelli in cui, dopo averci lavorato sopra, una scena o un particolare passaggio apparivano più fluidi e meglio strutturati rispetto a prima. Riuscire a far emergere il potenziale di alcuni blocchi di storia è di sicuro gratificante.

Credevi possibile portare ad uno step più “alto” il tuo manoscritto?

Sì, si può sempre migliorare. Soprattutto quando si lavora insieme a persone competenti.

Tre aggettivi per descrivere il percorso fatto insieme… di pancia!

Attento, piacevole, stimolante.

Grazie per il confronto, grazie per il tempo che ci hai dedicato

Fare editing con Biplane Edizioni – Barbara Cobianchi “di terra, di mare, di cielo”

Caro autore Biplane, dopo un lungo e appassionato cammino di editing vissuto insieme ci piacerebbe conoscere il tuo punto di vista, le tue emozioni, cosa hai imparato, le domande ma anche le fatiche e le gioie che hai provato durante il lavoro intrapreso con noi… Pronto a metterti in gioco?

Cosa hai pensato all’inizio del cammino? Ti eri fatto un’idea su come si sarebbe svolto il lavoro?
Ho sempre pensato che la cosa migliore fosse un rapporto personale fra autore ed editor, che solo un lavoro fatto a più mani su un testo che sta a cuore davvero a tutti coloro che ci lavorano fosse l’editing migliore.

Se sì, quell’idea è stata confermata dalla realtà oppure no?
Quest’idea è stata sicuramente confermata. Il lavoro sul testo è stato un lavoro condiviso, e ricco di confronto, come avevo sperato che fosse.

Come hai vissuto i mesi passati insieme a fare editing?
In realtà le mie giornate, come non lasciano mai molto tempo alla scrittura, non ne avevano molto da parte neppure per l’editing. E allora i mesi di editing sono state lunghe notti a spostare virgole e a soppesare parole, ad arrendersi qualche volta davanti a qualche paragrafo, a pensare la montagna più alta di quanto non fosse…salvo poi svegliarsi la mattina dopo e scoprire le parole, quelle più adatte c’erano già, nascoste da qualche parte, cavate fuori dai consigli delle mie editor.

Cosa hai imparato di nuovo?
Quello che si impara, non scrivendo, ma riscrivendo. Cambiare una parola, spostare una virgola, eliminare un paragrafo può fare la differenza.

Quali sono stati i momenti più difficili?
Sicuramente le notti a ridosso delle scadenze. Attimi di stanchezza e nervosismo, quando le parole sembravano proprio non prendere la direzione giusta.

E quelli di maggiore soddisfazione?
La maggior soddisfazione è stata sicuramente una su tutte: non dover per forza inserire le virgolette per segnalare i discorsi diretti.
Poi, certo, mettere la parola FINE e percepire, in quel momento, che insieme si era concluso un buon lavoro.

Credevi possibile portare ad uno step più “alto” il tuo manoscritto?
È questa la funzione dell’editing, no? Perciò sì. Del resto dalla collaborazione può nascere qualcosa di migliore.

Tre aggettivi per descrivere il percorso fatto insieme… di pancia!
Notturno, profondo, personale.

Grazie per il confronto, grazie per il tempo che ci hai dedicato

Fare editing con Biplane Edizioni – Elia Zordan “quattro passi, un respiro”

Caro autore Biplane, dopo un lungo e appassionato cammino di editing vissuto insieme ci piacerebbe conoscere il tuo punto di vista, le tue emozioni, cosa hai imparato, le domande ma anche le fatiche e le gioie che hai provato durante il lavoro intrapreso con noi… Pronto a metterti in gioco?

Cosa hai pensato all’inizio del cammino? Ti eri fatto un’idea su come si sarebbe svolto il lavoro?

All’inizio, anche se ne avevamo parlato, una rielaborazione così profonda, alla “radice”, non la credevo possibile – e non saprei dire come mai: forse perché non ne avevo mai avuta esperienza. Credevo si trattasse solo di cambiare qualche “stupida” virgola e non di creare di nuovo.

Se sì, quell’idea è stata confermata dalla realtà oppure no?

I mesi di editing sono stati sicuramente Intensi. Di lavoro duro e costante. Mesi riflessivi. Mesi con a volte il timore di non farcela ad arrivare fin dove ben non sapevo: c’era solo un intuizione all’orizzonte. Lo direi un lungo periodo pieno di interrogativi contorti. Un periodo un po’ Biagio, ecco…

Come hai vissuto i mesi passati insieme a fare editing?

Da autore neofita ho imparato un metodo di lavoro. Una costanza. Più di ogni altra cosa ad ascoltare la mia vera “voce narrativa”, a non avere paura di rifare, anche dall’inizio, e più volte. E che rifare fa fare meglio di prima, fa crescere come scrittore.

Quali sono stati i momenti più difficili?

I momenti più difficili: capire come mai alcuni passaggi difronte ad un “altro sguardo”, il vostro, non erano così come li intendevo io. E talvolta la nausea delle mie stesse parole scritte e lette e rilette centinaia di volte.

E quelli di maggiore soddisfazione?

I momenti di maggior soddisfazione: riuscire a riscrivere da nuovo migliorando, dando ancora più “colore” e soprattutto conservando la mia voce.

Credevi possibile portare ad uno step più “alto” il tuo manoscritto?

No. Credevo fosse sì migliorabile, il manoscritto, e lo volevo migliorare, ma non credevo fosse possibile fino a questo punto.

Tre aggettivi per descrivere il percorso fatto insieme… di pancia!

Intenso, Istruttivo, Rivelatore

Grazie per il confronto, grazie per il tempo che ci hai dedicato

Fare editing con Biplane Edizioni – S.Alice Piangente “umanità periferica”

Caro autore Biplane, dopo un lungo e appassionato cammino di editing vissuto insieme ci piacerebbe conoscere il tuo punto di vista, le tue emozioni, cosa hai imparato, le domande ma anche le fatiche e le gioie che hai provato durante il lavoro intrapreso con noi… Pronto a metterti in gioco?

 

Cosa hai pensato all’inizio del cammino? Ti eri fatto un’idea su come si sarebbe svolto il lavoro?
Allora, proprio all’inizio facevo fatica a pensare a qualunque cosa; ero troppo emozionata! Poi, quando ho cominciato a realizzare cosa stava per accadere, ho pensato ne sarebbe assolutamente valsa la pena. Sapevo che il lavoro di editing sarebbe stato impegnativo; le mie editrici lo avevano sottolineato sin dalla prima mail. Senza riserva! Ma io stessa ne ero consapevole essendo al mio romanzo d’esordio. Infatti non credevo nemmeno fosse degno di pubblicazione. Ero dunque pronta ad assorbire tutti i consigli possibili per migliorare la mia storia.

Se sì, quell’idea è stata confermata dalla realtà oppure no?
Assolutamente sì. Ho ricevuto un gran numero di consigli per sistemare al meglio il mio romanzo, alcuni dei quali non troppo semplici da mettere subito in atto, ma con un po’ di impegno sono riuscita a farli miei.

Come hai vissuto i mesi passati insieme a fare editing?
Tutto bene, grazie! Ho subito capito che potevo fidarmi delle mie editrici e ho riposto in loro molta fiducia. Penso che ci siamo intese fin da subito e ho sempre cercato di mettere in atto le loro correzioni. In alcuni momenti questo processo di miglioramento è stato meno immediato che in altri perché dovevo fare i conti con i così detti blocchi dello scrittore (anche se io ancora non mi definirei già tale), ma non mi sono mai sentita abbandonata a me stessa. Mi è piaciuto fin da subito osservare come il mio romanzo si trasformava per assumere maggior forma e profondità.

Cosa hai imparato di nuovo?
Beh, ho imparato così tanto, che, alla fine, non ero nemmeno più sicura fosse il caso di pubblicare il mio romanzo! Nel senso che è come se avessi imparato a scrivere da capo e quello che già avevo scritto mi sembrava tutto da rifare. Sicuramente la cosa che maggiormente ho appreso è stata limare i dialoghi. A me piacciono molto i dialoghi e le descrizioni troppo lunghe mi annoiano presto. Però io abusavo di virgolette, anche quando non era necessario. Mentre, al contrario, tendevo a non descrivere nulla dando per scontato che le scene dipinte nella mia testa si costruissero magicamente anche in quelle dei lettori. Meno dialoghi, quindi, e qualche piccolo dettaglio in più qua e là, anche due semplici parole, che mettessero a fuoco la vicenda. Poi ho imparato che “in fondo” avverbio si scrive staccato e che “sé stesso” va con l’accento, sebbene in tutte scuole che ho frequentato si scrivesse senza! Ma questi sono dettagli, no?

Quali sono stati i momenti più difficili?
Quelli dove le editrici chiedevano di integrare e approfondire, ma a me non veniva in mente niente di nuovo perché facevo fatica a figurarmi nella mente qualcosa di diverso da ciò che era in origine e quelli dove effettivamente mi mancavano delle conoscenze per farlo. E, allora, ho dovuto fare qualche ricerca per essere più corretta nella scrittura. Non è stato nemmeno semplice a volte, lo ammetto, accettare di tagliare delle parti a cui ero legata, ma che finivano per risultare ridondanti o svianti rispetto al focus del romanzo. Insomma, avevo tendenze un po’ logorroiche, a quanto pare.

E quelli di maggiore soddisfazione?
Riuscire a superare i momenti di difficoltà o blocco e osservare tutti i colori che la mia storia assumeva per la prima volta. Tutto qui. Non sono una che facilmente si sente soddisfatta del proprio operato.

Credevi possibile portare ad uno step più “alto” il tuo manoscritto?
Con certezza; era tutto ciò che volevo ma che sola sola non riuscivo a fare perché priva dell’esperienza necessaria.

Tre aggettivi per descrivere il percorso fatto insieme… di pancia!
Il primo è telefonoso. Scusate se invento una parola! Visto il periodaccio in cui il processo di editing si è svolto, nonostante io e la Biplane Edizioni non fossimo poi così distanti, sono servite lunghe telefonate e anche qualche incontro virtuale.
Talvolta lievemente indigesto. Non per il lavoro con le editrici, eh. Ci mancherebbe. Ma non ne potevo più di rileggere il mio romanzo per la centesima volta!
E infine, perché le cose più buone si tengono per ultime, colmo di gratitudine per tutto ciò che ho appreso e da cui forse, almeno spero, potrò partire per arrivare a essere una piccola scrittrice che cresce.

Grazie per il confronto, grazie per il tempo che ci hai dedicato

Conosciamo S.Alice Piangente

Cara S.Alice Piangente finalmente siamo arrivate alla tanto attesa pubblicazione del tuo romanzo “umanità periferica”… Il cammino è stato lungo ma ne è valsa la pena; ora il tuo/nostro “albero ha radici forti ed è pronto per farsi conoscere. Siamo molto soddisfatte del lavoro fatto insieme e contente di darti il benvenuto in Biplane! Come da tradizione ecco l’intervista a te dedicata; sei pronta?

Quanto è importante per te la scrittura e quale posto le dai nella tua vita?

Scrivere per me è molto importante perché mi permette di esprimermi in un mondo dove mi sono sempre sentita con una sorta di bavaglio alla bocca. Nella scrittura tutti i miei filtri sociali vengono meno e io posso definire me stessa, senza paura di non essere apprezzata e, tramite i miei personaggi, posso dare libero sfogo a tutte le emozioni che la mia anima sperimenta e spesso reprime nella vita di tutti i giorni. E poi mi piacciono le storie, anche quelle che sembrano più semplici e banali. Quella della mia vita è troppo asciutta per bastarmi. Così i miei personaggi arricchiscono il mio cammino con le proprie vicende sia positive che non e io li osservo con la curiosità di un bambino che scarta un regalo allettante.

Come mai hai scelto di usare uno pseudonimo?

Senza troppi giri di parole, ho scelto uno pseudonimo perché il mio vero nome non mi piace per niente! Lo trovo banale e poco significativo e non apprezzo neppure il suo suono. Mi piaceva l’idea di poter associare il mio nome a qualcosa che potesse essere caratteristico della mia persona. Il salice piangente che abbandona le proprie lievi frasche al vento, senza opporvisi, rappresenta il mio modo di vedere la vita in questo momento. Cerco, per quanto possibile, di affrontare gli eventi con l’umiltà consapevole che non sempre possiamo adattare il divenire delle cose a quelli che sono desideri e ambizioni personali. Accettare la sconfitta? Direi di no. Semplicemente abbandonarsi alla corrente, senza affogarvi dentro, né tentare di combatterla senza successo, logorandosi per la fatica. Ok, forse è più facile a dirsi che a farsi, ma penso che provarci sia l’importante.

A quale personaggio di “umanità periferica” sei più legata? Perché proprio lui/lei?

Diciamo che tutti i personaggi della storia sono come frammenti della mia anima e sceglierne uno non è semplice. Tuttavia, direi Angelo per solidarietà e supporto. Tra tutti gli alunni, lui è l’unico che, scegliendo di opporsi agli eventi con cui non riesce a trovare un equilibrio, si ritira a poco tempo dall’esame di stato, non riuscendo, a differenza dei compagni, a ricevere il diploma che avrebbe potuto garantirgli maggiori possibilità per la sua vita futura. Nonostante le sue qualità, rappresenta il fallimento di una società che per la maggior parte, non supporta i più giovani, né fornisce loro il giusto e doveroso sostegno per il raggiungimento dell’età adulta.

Come è nato il romanzo?

Il romanzo direi che è nato un po’ da sé, senza essere cercato. Una sera ascoltavo della musica camminando al buio, attorno al tavolo della cucina e improvvisamente nella mia mente hanno cominciato a disegnarsi alcune scene e alcuni personaggi ancora sconosciuti si sono intrufolati maldestramente nei miei respiri. Non se ne sono più andati. Anzi, urlavano a che la propria storia venisse raccontata. Ho cercato di fare del mio meglio per accontentarli e concedere loro la voce che chiedevano.

Dove e in quanto tempo lo hai scritto?

Allora, l’ho scritto su due diversi computer perché uno si è rotto e l’ho scritto nei pressi di casa mia a Varese. Non ricordo bene in quanto tempo. Probabilmente attorno a un anno, massimo due.

Quali sono i tuoi autori preferiti?

Aiuto! Domanda non facile perché, lo ammetto, ho sempre fatto fatica a leggere più volte uno stesso autore. Non ne capisco nemmeno io il motivo e probabilmente è una questione che dovrò risolvere prima o poi. Inoltre, al liceo che ho frequentato si può dire avessi professori non dilettati dalla lettura, ma davvero ossessionati. Ho dovuto leggere così tanto, e forzatamente, che la mia memoria col tempo ha fatto un bel puzzle caotico che ancora non ho avuto il tempo e le capacità di riordinare. Ad ogni modo, riguardo alla prosa, ho un debole per Dostoevskij. Un po’ deprimente, lo so, ma maledettamente profondo nel trattare di anima, con i suoi desideri, frustrazioni, ire… Per la poesia, invece, apprezzo molto Shakespeare, che sa farmi innamorare delle parole e Ungaretti con la semplicità disarmante dei suoi versi.

La più bella frase che hai trovato in un romanzo…

Ho particolarmente a cuore una frase molto famosa, di Ernest Hemingway, tratta dal romanzo Per Chi Suona la Campana. “Dunque non chiedere mai per chi suona la campana. Essa suona per te.” Nel suo intento di sottolineare la fratellanza degli uomini in maniera così severa, mi ha sempre incusso una certa soggezione. Per questo ha messo radici così profonde nella mia anima, ricordandomi che ci sono battaglie dove l’umanità combatte contro sé stessa e che, dunque, si manifesta sconfitta in partenza.

Ascolti musica mentre scrivi?

No, mi deconcentra. Semmai la ascolto prima o dopo l’atto della scrittura. Mi aiuta a fare uscire storie e personaggi.

 A quale film o colonna sonora assoceresti il tuo romanzo?

Direi a qualcosa di abbastanza classico con tanto pianoforte. Ma anche violini e percussioni. Proverei con un Beethoven agitato per i momenti di maggiore enfasi e un delicato e romantico Chopin per quelli più tranquilli. Ma non sono così erudita in questo campo, quindi meglio se resto sul generico per non rischiare scivoloni culturali.

Conosciamo Davide Panzarella

Benvenuto Davide, con te si inaugura la “collana scuola di volo” dedicata alle penne dei giovanissimi talenti…

Come ti senti ad essere il “pioniere” di questo volo?

Sono davvero contento. Dopo un bel po’ di lavoro, è emozionante sapere che da adesso il romanzo potrà finalmente arrivare tra le mani di chiunque voglia leggerlo…

Quando hai scoperto che ti piaceva scrivere?

Penso già durante le elementari, ma sono riuscito a capirlo meglio soprattutto alle medie. Oltre all’indubbio sforzo di trasformare in parole, frasi e periodi ciò che si agitava nella mia mente, durante i temi in classe provavo un inaspettato, ancora non troppo definito piacere che nasceva sia dall’atto creativo in sé, sia dal vedere le parole imprimersi sul foglio bianco. Con l’inizio del liceo ebbi modo di approfondire molto la conoscenza del trinomio fatica/scrittura/piacere. Il merito fu di un professore d’italiano che ogni settimana ci assegnava sempre un paio di “produzioni scritte” da svolgere a casa sui più disparati argomenti. All’inizio fu impegnativo, certo, ma col passare dei mesi quello che all’inizio era un “dovere” divenne un modo sempre più utile, piacevole e naturale per esprimere me stesso e mettere ordine nella mia mente. E poi vedere le mie idee e i miei pensieri – o le mie piccole invenzioni – prendere forma e stamparsi su un foglio continuava a farmi sentire soddisfatto, felice…
Qualche anno dopo ho sentito la voglia di mettermi in gioco, di sfidare me stesso tentando di scrivere per la prima volta non per motivi scolastici ma per semplice passione. E a quel punto si è spalancata una finestra su un nuovo mondo…

Che libri hai sul comodino?

In passato ho avuto modo di spaziare tra vari generi letterari: giallo, thriller, saga familiare, fantasy… Però negli ultimi anni ho sviluppato una passione anche per la saggistica e per la narrativa “non di genere”, oltre che per i classici (che comunque ho intenzione di conoscere meglio in futuro).

Mentre scrivi hai un tuo “rito”? Ad esempio: ascolti musica, ami il silenzio, oppure…

Preferisco rimanere in silenzio in una stanza con la porta chiusa: penso che scrivere richieda concentrazione e non sarei capace di trovarla senza essere circondato dalla quiete. Per il resto, ci sono momenti in cui preferisco scrivere al computer e altri in cui sento il bisogno di farlo in modo tradizionale – a mano con carta e matita, sotto la luce di una lampada – perché a volte è più facile mettere ordine tra i pensieri “toccando con mano” la pagina, appuntando, schematizzando su un foglio bianco materiale, del tutto fisico, reale…

I tuoi riferimenti letterari?

Ho iniziato a scrivere con un’idea fissa in mente: prendere come esempio gli autori (più o meno affermati) che sono riusciti a farsi scegliere dalle case editrici e a pubblicare per loro. Mi dicevo: “Da ognuno di loro avrà di certo qualcosa da imparare”. In effetti, tempo dopo, scoprii che anche Stephen King aveva teorizzato qualcosa del genere: scrisse che spesso anche le “cattive letture” (ossia di qualità letteraria non eccelsa) hanno molto da insegnare a chi vuole avvicinarsi al mondo della scrittura: se non altro, almeno gli errori da evitare…

Quindi credo che diversi autori possano essere definiti come miei “riferimenti”. Se devo menzionarne uno (in realtà, una) in particolare, non posso che fare il nome di J.K. Rowling. Credo che il suo modo di scrivere abbia rappresentato un ottimo compromesso tra qualità dello stile e ricchezza della storia narrata. E poi ammiro davvero la sua prodigiosa fantasia.

In quale momento della giornata preferisci scrivere?

Se posso, nel pomeriggio. Però a volte trovo del tempo soltanto durante la sera, momento della giornata in cui sono più libero da impegni di ogni tipo.

Che potere ha la scrittura sul tuo mondo interiore? Riesce a trasformarti? A farti crescere?

Sì, sicuramente. A volte, mentre scrivo, mi sento in grado di analizzare la realtà in modo più lucido rispetto ai momenti di vita quotidiana in cui sono trascinato dal fluire della vita. Riesco a mettere ordine tra le mie idee prendendomi tutto il tempo necessario per fare introspezione e per sforzarmi di comprendere meglio me stesso e gli altri. Scrivere mi aiuta anche ad allontanarmi un po’ dalla superficialità, insegnandomi ad approfondire, a scavare, ad andare in profondità (anche e soprattutto nella vita). E, a volte, si rivela anche formidabilmente terapeutico.

“un autunno particolare” parla anche di te?

Nonostante sia una storia che nasce dalla mia immaginazione, c’è anche qualche punto di contatto tra la mia vita, la mia quotidianità e il romanzo. Alcuni tra i personaggi o le ambientazioni nascono dall’osservazione di ciò che mi circonda realmente. Naturalmente ho modificato e rielaborato – a volte marcatamente, altre meno – determinati elementi (luoghi, caratteri, impressioni)… Soprattutto per renderli funzionali alla storia!

Tre parole per descrivere il tuo romanzo…

Concreto, perché (tra le altre cose) vuole toccare anche temi caldi, “vivi”;
Agile, perché penso non siano molti i punti in cui il ritmo della narrazione è lento;
Stimolante (o forse “perturbante”?), perché spero che alla fine il lettore possa porsi alcune domande.

Grazie Davide!

Conosciamo le traduttrici di “una vita di giorni impossibili”

Qual è stata la maggiore difficoltà che avete incontrato nel tradurre “una vita di giorni impossibili”?

Alessandra Patriarca: Ognuna delle tre Willa ha una propria personalità e un proprio linguaggio, legati non solo all’età, ma anche all’esperienza di vita trascorsa. Conservare e trasmettere queste particolarità è stata sicuramente una sfida.
Sabrina Campolongo: Sicuramente la voce di Silver Willa è quella che mi ha dato più filo da torcere. Questa ultranovantenne un po’ svalvolata è spesso in lotta con le parole e finisce per fare delle connessioni tutte sue, sulla base del loro suono o di punti di contatto ancora più impalpabili. Conservare il più possibile il percorso tortuoso nella mente di Silver Willa e anche l’effetto comico finale di questi “svarioni” è stata una bella sfida.

Cosa vi è piaciuto di più del romanzo?

Alessandra Patriarca: Il significato più profondo, l’interpretazione psicanalitica delle tre età di Willa che riesce a coesistere con la trama quasi di favola che è il filo conduttore del romanzo.
Sabrina Campolongo: Il modo in cui l’universo dell’infanzia è reso senza forzature, come se Tabitha Bird viaggiasse nel tempo.

Come descrivereste la scrittura di Tabitha?

Alessandra Patriarca: Dal punto di vista linguistico e sintattico è decisamente scorrevole. La struttura che ha dato al susseguirsi dei fatti, che avvengono in tre epoche diverse, richiede al lettore un po’ più di impegno, ma ne vale di sicuro la pena.
Sabrina Campolongo: Immaginifica, ricca e al tempo stesso semplice. Consapevole.

Qual è stata la sfida che avete incontrato nel replicare l’atmosfera dall’inglese all’italiano?

Alessandra Patriarca: Il romanzo è permeato dell’atmosfera rurale australiana, pur spaziando dal 1965 al 2050, ed è stato importante riuscire a trasmettere questa dimensione poco urbana, con radici profonde nella natura, nella fauna e flora tipica di quei luoghi, che prende a volte un risvolto quasi magico.
Sabrina Campolongo: Una sfida molto divertente è stata quella di ricreare in italiano il linguaggio privato delle Willa, che comprende parole come amaze-a-loo (che abbiamo scelto alla fine di tradurre con fantasticissimo). Una sfida invincibile quella dei biscotti tanto amati dalla nonna, i jam drops, due sole scoppiettanti sillabe in inglese. Alla fine abbiamo scelto gemme di marmellata, ben sette sillabe… se c’era un’alternativa migliore non l’abbiamo trovata.

Cosa è rimasto in voi del romanzo?

Alessandra Patriarca: Senza dubbio gli stivali di gomma di Super Willa (a 8 anni, ma anche a 93)
Sabrina Campolongo: Mi ha riportato a un tempo della mia vita in cui credevo che la magia fosse reale.

L’aspetto che amate di più del vostro lavoro?

Alessandra Patriarca: Il fatto che in una traduzione niente è mai scontato o banale.
Sabrina Campolongo: Credo che la traduzione sia l’esperienza di lettura più profonda che si possa fare. Non si può correre avanti o sorvolare, o rimandare a un’eventuale rilettura: ogni parola deve essere vista e compresa, anche agli spazi bianchi bisogna dare un significato. Alla fine si ha l’impressione di essere il lettore numero uno di quel testo, ci si è dentro completamente. Quando si tratta di un buon romanzo è un momento esaltante.

Conosciamo Tabitha Bird

Ci pare di capire che “una vita di giorni impossibili” è stato un modo per “guarire”. Ma come e quando ti è venuta l’idea per il personaggio di Willa e la storia di lei nelle diverse età? E perché gli stivali da pioggia? E la meravigliosa idea di piantare un oceano?

Ho iniziato a scrivere undici anni fa senza assolutamente alcuna intenzione di scrivere! Era un periodo buio della mia vita e ho iniziato un percorso psicoterapeutico per affrontare il trauma. In una delle prime sessioni il mio terapista mi chiese: “A cosa assomiglia il dolore?” e io all’inizio pensai fosse una domanda bizzarra, ma quello lo identifico con il seme dell’idea delle Willa. Ho iniziato a giocare con il concetto di dolore come di qualcosa che avesse materia, forma e colore. Ma la cosa più dirompente per me è stato chiedermi: “E se il dolore avesse una voce? Cosa accadrebbe se il mio dolore potesse parlare?” Nei mesi e negli anni mandai al terapista la storia di un personaggio di nome Beast e di una ragazza che abita nel suo cuore. Quando ho terminato il libro, ho realizzato che non era quella la storia che volevo raccontare. La narrativa era ciò che amavo e ho usato il “realismo magico” per creare una storia di pura fantasia per mostrare come una persona può affrontare il superamento di un trauma a diverse età. Le tre Willa sono nate da questa idea e “una vita di giorni impossibili” ha iniziato a prendere forma. Gli stivali da pioggia sono un simbolo del coraggio. Super Willa con gli Stivali voleva essere grande e coraggiosa e per questo portava gli stivali ai piedi. In questo modo pensava di saltare, pestare i piedi, fare rumore ed essere sentita in un mondo dove non aveva gran che voce. La magia dell’oceano confesso è stata una delle ultime cose a emergere nel romanzo. L’ho aggiunta durante uno degli ultimi giri di bozza. Volevo trovare un modo per far incontrare le Willa che fosse completamente originale. Non che accadesse aprendo le ante di un armadio! Quindi mi sono chiesta: “cosa potrebbe essere la cosa meno probabile a comparire in una cittadina rurale?” Spesso qui a Boonah abbiamo periodi di siccità e ho deciso che un oceano potesse essere molto improbabile. Allora mi sono chiesta cosa accadrebbe se uno potesse effettivamente spedire un oceano a qualcun altro. Come lo potrebbe fare? Ho immaginato che il modo più improbabile per far apparire un oceano potesse essere metterlo in un barattolo di vetro a sua volta contenuto in una scatola di cartone. A quel punto, mi sono molto divertita a far piantare alle Willa l’oceano nei loro cortili, rovesciando l’acqua del barattolo in un giardino. Ecco come è nata la magia dell’oceano-giardino!

Quanto hanno impattato Boonah e il Queensland su “una vita di giorni impossibili”? Ti piace la vita di campagna?

Quando ci siamo trasferiti a Boonah, il mio romanzo non aveva ancora una ambientazione. È strano da dire che un libro non ha ambientazione, ma mi sentivo “vagabonda nell’anima” e così il mio libro. Quando abbiamo acquistato la nostra vecchia casa, ho capito di aver trovato la mia prima casa ed ero ansiosa di darne una anche alle Willa. La nostra casa ha più di ottant’anni, le assi del pavimento sono segnate e le pareti hanno imperfezioni e scalfitture. Ho detto a mio marito che questa casa aveva una storia. Ho pensato che la nostra vecchia ragazza sapesse una o due cose… Così, nelle pagine del romanzo, ho trasferito le Willa a Boonah e tra le pareti della casa dove vivo. Adoro vivere a Boonah. La libertà di vivere senza il peso di debiti che una abitazione in città comporterebbe è importante per la mia famiglia. Abbiamo una splendida e antica Queenslander1 che non avremmo potuto permetterci in città. Amo anche la comunità che ci circonda. Boonah è un luogo dove la gente si ferma per strada a parlarti perché le interessa. Tutta la famiglia si sente accolta qui.

(nota 1: N.d.e.: dovrete leggere il libro per scoprire che genere di casa è una Queenslander!)

Quando e dove scrivi di solito? Hai un posto preciso, un rituale? Un preciso momento della giornata oppure uno o più giorni della settimana dedicati?

Sono tanto fortunata da poter scrivere a tempo pieno. Di solito scrivo tutti i giorni ma mai prima delle 10 del mattino. Sono un po’ nottambula e mi piace scrivere nella quiete della tarda serata o al mattino. Con tre ragazzi, la casa di solito è più tranquilla in quelle ore.

Hai un autore preferito? Cosa leggi di solito?

Mi piace leggere autori esponenti del genere del realismo magico. “Il Circo della Notte” di Erin Morgenstern è decisamente tra i preferiti. Ho amato anche “The Ten Thousand Doors of January” di Alix E. Harrow2, “Sette minuti dopo la mezzanotte” di Patrick Ness e “La moglie dell’uomo che viaggiava nel tempo” di Audrey Niffenegger. Tra gli australiani, i miei preferiti sono “Ascolta i fiori dimenticati” di Holly Ringland e “Ragazzo divora universo” di Trent Dalton.

(Nota 2: in corso di pubblicazione da parte di Mondadori)

Come è stato l’editing del romanzo? È stato lungo? Faticoso?

Non progetto mai nessuno dei miei romanzi perché mi piace l’avventura della scoperta insieme ai miei personaggi. E questo porta a prime bozze molto incasinate. Significa anche che l’editing strutturale dei miei romanzi è tosto. Ma va bene così: mi piace esplorare le storie e anche che l’editing sia anch’esso una scoperta. Non direi che gli interventi poi siano facili ma il processo è qualcosa che amo.

Stai scrivendo qualcosa di nuovo? È o è stato difficile dopo aver prodotto una storia così importante, delicata e coinvolgente?

Sto attualmente scrivendo il mio secondo libro, che sarà pubblicato da Penguin in Australia nell’aprile 2021. Il titolo è “THE EMPORIUM OF IMAGINATION”3 e racconta di un negozio ambulante magico che arriva in città e vende merci vintage e curiose. Tra le più rilevanti, vende telefoni che consentono agli abitanti della città di fare un’ultima telefonata a un caro defunto. Un’altra storia di realismo magico.
Scrivere questo libro è stata una gioia. Anche questo romanzo è costellato di personaggi dal cuore enorme, nostalgia, perdita e speranza. Ho scoperto che mi appassiona proprio scrivere di personaggi eccentrici e imperfetti che alla fine trovano la loro strada. E di magia! Mi piace giocare con la magia!

(Nota 3. Traduzione letterale: “l’emporio dell’immaginazione”)

Quanto importante è l’immaginazione nella vita? Come possiamo insegnarla ai bambini o aiutarli a svilupparla? È un dono o qualcosa che si può “allenare”?

Tutti noi possediamo l’immaginazione, ma non tutti ci concediamo di usarla, giocarci, di chiederci “e se?”. Immaginare è di vitale importanza perché è anche quello strumento che ci permette di metterci nei panni degli altri, di sognare per noi sogni grandiosi e quindi, in ultima istanza, di vivere la nostra vita migliore. I bambini sono curiosi di natura e ben predisposti a usare la loro immaginazione. Gli adulti possono aiutare a sviluppare la creatività, dando loro l’occasione di sognare e creare, facendo in modo che non abbiano giornate piene zeppe di impegni. Credo che sia importante per i nostri figli sperimentare la noia e avere l’opportunità di scoprire modi creativi per riempire il tempo. Ritengo anche che si debbano validare le idee dei bambini e incoraggiarli a perseguire anche il più enorme dei loro sogni e lasciare che la loro creatività conti.

“una vita di giorni impossibili” è un fantastico, delicato, commovente viaggio di speranza, guarigione, imparando a perdonare sé stessi. Qual è la recensione più bella che hai ricevuto dai tuoi lettori? Quella che ti ha reso davvero felice e orgogliosa.

Grazie! I miei lettori sono stati incredibili! Ho ricevuto valanghe di messaggi e lettere con le quali mi ringraziano per aver scritto il romanzo, raccontandomi come la storia delle Willa ha avuto un impatto sul loro viaggio verso la guarigione. Sono onorata di quanto a cuore abbiano preso le mie Willa e che molti lettori abbiano trovato il coraggio di affrontare i propri traumi. Non c’è davvero dono più grande per uno scrittore di scoprire che le proprie parole hanno dato agli altri speranza e abbiano fatto da catalizzatori per la loro guarigione.

La storia di Willa è una storia importante che merita e meritava di essere raccontata (ancora grazie per questo). Quanto facile o difficile è stato farla arrivare a un editore?

Beh, grazie! La storia è stata scelta da Penguin in un batter d’occhio. Ho avuto l’occasione attraverso la The Manuscript Academy negli Stati Uniti di chiacchierare con Kimberly Atkins, editore Penguin all’epoca. Dovevo mandarle le prime dieci pagine in modo da parlarne al telefono e ricevere i suoi suggerimenti su come migliorare la narrazione. Invece mi ha chiesto di mandarle 50 pagine e poi l’intero manoscritto. Kimberly è stata tra le prime a innamorarsi delle Willa. Abbiamo passato 40 minuti a parlare del romanzo e di quanto avesse adorato la storia. Ero emozionata e sorpresa. Poche settimane dopo ho ricevuto un’offerta di pubblicazione da parte di Penguin. Poi la Biplane ha scelto il mio libro e sono contenta e onorata che la storia veda la luce anche in Italia. Spero che a tutti i nuovi lettori piaccia l’incontro con le Willa. Che si possa tutti indossare i nostri enormi e coraggiosi stivali da pioggia, e riempire i nostri cuori di speranza.
Grazie!

Conosciamo Elisa Bedoni

Benvenuta Elisa, sei ufficialmente entrata a far parte del volo letterario di Biplane Edizioni! Come da tradizione, ecco a te qualche domanda perché i tuoi lettori possano cominciare a conoscerti…

Com’è nato “il vento non si arrende”?

È stata una gestazione molto lunga. E direi inattesa. Mi sono messa a scrivere, ormai dieci anni fa, quasi per un gioco con me stessa, perché mi avevano regalato un portatile e non sapevo bene cosa farmene. Inventavo storie, da sempre, per me stessa, ma non avevo mai pensato di scriverle. Una sera – ero in vacanza con i miei figli in un posto molto isolato – per riempire il tempo e usare questo portatile ho iniziato a scriverne una. Ne ho perso il controllo (credo che a un certo punto si sia scritta da sola…) ed è nata una storia che aveva un inizio e una fine. Non mi piaceva molto. Poi, grazie all’aiuto di due corsi della scuola Holden e a una persona eccezionale che si chiama Alessandra Minervini – scrittrice, docente della Holden ed editor – l’ho riscritta due volte, migliorandola, rimodellandola, stravolgendola. Ed è nato “Il vento non si arrende”.

Quando hai cominciato ad appassionarti alla scrittura?

Da ragazza scrivevo molto, diari soprattutto, ma non avevo mai preso la cosa seriamente. Dopo la laurea ho abbandonato la professione veterinaria e ho lavorato nella redazione di una rivista di settore: ho sperimentato che scrivere era divertente. Mi sono stupita vedendo che scrivevo con abbastanza spigliatezza, e con buoni risultati. Qualcuno mi faceva i complimenti. Scribacchiavo qua e là: un blog, facebook. Mi piaceva, cito Baricco, “mettere in ordine pensieri nella forma rettilinea di una frase”. Ma lo facevo sempre senza prendermi seriamente. Se devo stabilire un momento in cui è nata la vera passione, è stato mentre lavoravo con Alessandra: è come se, riscrivendo questo romanzo, avessi trovato una formula magica con cui dare vita e corpo a un’idea. Scrivere per me è come esercitarsi a padroneggiare questa formula magica: è una sensazione bellissima. E lì ho capito che scrivere mi era diventato indispensabile.

Come sono “arrivati” i protagonisti del romanzo Daria, Leo, Sam e Pietro? Sei stata ispirata da qualche persona che fa parte della tua vita o sono stati creati dalla tua immaginazione?

Quando ho iniziato a scrivere questa storia, molte persone che conoscevo stavano vivendo fallimenti di relazioni o matrimoni. Soprattutto avevo continuamente a che fare con donne sole con figli, lasciate da compagni o mariti, o che avevano a loro volta troncato relazioni difficili o senza speranza. Da madre, le loro storie mi turbavano. Credo di aver iniziato a scrivere questa storia perché avevo bisogno di analizzare questo turbamento e, forse, di dare un senso alle loro storie. Daria (anche se aveva un altro nome all’inizio) è nata dalle storie di queste donne. Potrei dire che è il riassunto immaginario di tante donne che ho conosciuto. A ruota sono nati gli altri personaggi, immaginari, ma ognuno di loro ha qualcosa, anche solo un piccolo dettaglio, di persone reali.

Cosa legge Elisa di solito?

Posso rispondere dicendo cosa non leggo di solito? Non cerco la narrativa di genere: gialli, horror, fantasy… ciò non vuol dire che se mi ci imbatto non li sappia apprezzare. Mi definisco una lettrice nervosa: ci sono troppe cose da leggere, e ho troppo poco tempo per farlo. Così a volte mi ritrovo a leggere due o tre libri contemporaneamente, magari di tipo completamente diverso. Prediligo la narrativa, mi piace spaziare tra i contemporanei, da Auster a Zerocalcare. Amo soprattutto i romanzi, non disdegno i racconti, apprezzo le graphic novel. Mi piace ripescare tra i classici, rileggendo quelli dimenticati o particolarmente amati o prendendo in mano quelli (tanti, troppi…) mai affrontati. Mi piacciono le storie impregnate di vita vera e quelle in bilico tra il sogno e la follia.

Dove e quando scrivi, di solito?

Ho quattro figli, e tempo e privacy concessi col contagocce. Mi sono sistemata un angolo in una stanza dove posso ritirarmi. Ma scrivo prevalentemente quando tutti dormono, la notte o la mattina presto. Le ore dedicate alla scrittura sono ore strappate al sonno, ma in ogni momento della giornata e in ogni luogo si nasconde quell’idea che potrebbe dare vita a un personaggio, o a una storia. Vivo costantemente a cavallo tra la vita vissuta e quella narrata.

Qual è il tuo scrittore preferito e perché?

Non so rispondere facilmente a questo genere di domande. È difficile sceglierne uno. La mia vita di lettrice è un susseguirsi di innamoramenti. Ma a uno posso dire di essere fedele da più di vent’anni: Alessandro Baricco. Mi piace il suo modo di narrare e soprattutto amo le sue storie e i suoi personaggi: di quelli, appunto, in bilico tra il sogno e la follia. Tra i grandi scrittori del passato, Conrad è quello che mi ha regalato emozioni forti e permanenti, anche se non ho letto tutto. Credo perché ha a che fare col mare, coi misteri e le paure che il mare personifica. E, a pensarci bene, anche di Baricco mi sono innamorata con Oceano Mare…

Conosciamo Vincenzo De Lillo

Benvenuto Vincenzo, buon inizio di volo! Il tuo romanzo è nato in un momento davvero particolare della storia del mondo, ma dato che nella vita nulla accade “per caso” siamo davvero contente di poter portare alle persone, proprio in questo momento, del sano buonumore grazie a te.

Hai voglia di raccontarci come e quando è nato il desiderio di scrivere? Cos’è per te la scrittura?

Il desiderio di scrivere mi ha accompagnato sin da giovanissimo, sin da quando a scuola non vedevo l’ora che arrivasse il giorno del compito d’italiano, l’unica materia in cui riuscivo ad esprimermi con una certa facilità. Solo allora infatti, poiché ero molto timido e impacciato, potevo liberarmi, mostrare ciò che avevo da dire. Ma ero contento soprattutto per mia madre, perché almeno in una materia, bene o male, avrei raggiunto una sufficienza. In ogni caso il desiderio è una cosa, il coraggio e il tempo di mettere nero su bianco sono altro. Quelli sono venuti relativamente tardi, nel 2016, quando, a seguito di un’improvvisa perdita del lavoro, ahimè, ho trovato di colpo, entrambi.

Com’è nato “delirio”?

Delirio è nato proprio in quel momento, dal nulla, da un giorno all’altro. Avevo una storia in testa e l’ho messa su carta, anzi su Pc, iniziandola a gennaio e concludendola in circa tre mesi, nella prima stesura. Mi teneva occupato, in un momento per me difficile, da disoccupato appunto, in cui tra la ricerca di un nuovo lavoro e la paura del buio che avevo davanti a me, ero terrorizzato dal futuro.
La cosa curiosa è che tutto ciò che riuscivo a scrivere in quel momento storico della mia vita nonostante le tristi vicissitudini, fossero racconti, progetti, storie divertenti. Come se volessi nascondere con l’ironia quel malessere che vivevo.

Cosa ti fa ridere di solito?

Mi fanno ridere le situazioni paradossali, i dialoghi surreali, la realtà stravolta ma fatta passare per la normalità dei libri del mio guru Stefano Benni. Non mi manca il buonumore anche quando guardo film goliardici tipo: “Una notte da leoni”, o ancor più sconci come un “Porky’s” d’annata. Non mi fossilizzo su ciò che può essere considerato volgare o meno, se mi fa ridere, rido.

Nei romanzi che scrivi quanto c’è di te?

Scrivo storie che spesso partono da persone che nella mia vita ho realmente incontrato, che diventano protagoniste nei miei scritti di avventure divertenti che avrebbero potuto vivere nel loro quotidiano, quindi posso dire che, in fondo, di me personalmente, c’è poco, ma c’è tanto di quello che ho vissuto, sicuramente.

Chi è il tuo più grande fan?

Non ho fan che si strappano i capelli o lanciano reggiseni al mio passaggio, purtroppo, ma qualcuno che ama leggere ciò che scrivo esiste. Mia moglie, mio fratello, qualche amica fidata cui sottopongo i miei scritti per avere un giudizio sincero. “pochi ma buoni”, potrei scrivere, ma in verità sono gli unici disposti a prendersi la scocciatura di farlo.

Chi è Vincenzo De Lillo?

Vincenzo De Lillo è un napoletano 43enne con gli occhiali, mammone, marito innamorato e padre felice di due pargoletti di 8 e 10 anni, tanto dolci quanto rompiscatole; per portare il piatto a tavola lavora come autista in una struttura sanitaria privata napoletana. Aggiungo che, per smontare i luoghi comuni, non suono il mandolino, non delinquo e non vado in giro in moto senza casco. Anche perché non ho la moto.

Grazie di cuore per il tempo che ci hai dedicato e per la condivisione di chi sei con i nostri lettori.