Fare editing con Biplane Edizioni – Samuele Arba “un uomo qualunque”

Caro autore Biplane, dopo un lungo e appassionato cammino di editing vissuto insieme ci piacerebbe conoscere il tuo punto di vista, le tue emozioni, cosa hai imparato, le domande ma anche le fatiche e le gioie che hai provato durante il lavoro intrapreso con noi… Pronto a metterti in gioco?

Cosa hai pensato all’inizio del cammino? Ti eri fatto un’idea su come si sarebbe svolto il lavoro? Se sì, quell’idea è stata confermata dalla realtà oppure no?
Ero molto motivato, avevo voglia di iniziare l’editing sul romanzo ed ero pronto a lavorare sodo per migliorare le lacune che aveva il manoscritto. Avevo un’idea generale di come si sarebbe potuto svolgere il lavoro, anche perché reduce dall’esperienza della pubblicazione del mio primo romanzo, però poi ogni progetto ha le sue particolarità e i suoi ritmi e in questo svolto assieme mi sono trovato a mio agio.

Come hai vissuto i mesi passati insieme a fare editing?
Sono stati mesi frenetici, giornate intere passate a rielaborare il manoscritto e non solo davanti al foglio, ma anche mentre guidavo, o pranzando o mentre facevo la siesta. A volte pensavo di non farcela perché la testa non frullava, le soluzioni non arrivavano, ma con la costanza del lavoro e il vostro supporto siamo riusciti ad ottenere un bel romanzo.

Cosa hai imparato di nuovo?
Ho imparato a vedere la storia da diverse angolazioni, non solo dalla visuale dell’autore o del personaggio principale, ho capito come gestire i dialoghi affinché siano incisivi e non superflui, o ad andare di fretta quando c’è bisogno ma sempre stando attento a non fare il passo più lungo della gamba.

Quali sono stati i momenti più difficili?
Durante l’editing ho avuto difficoltà quando non riuscivo a trovare soluzioni adeguate alla situazione, c’è ne sono stati vari, ma quello che ricordo di più è stato riscrivere – come dicono in Spagna “de cabo a rabo” – l’ultimo capitolo.

E quelli di maggiore soddisfazione?
Quando ritrovavo un riscontro positivo da parte vostra, quando mi incoraggiavate nei momenti difficili. La maggior soddisfazione è stata avere al mio fianco belle persone che hanno creduto nel mio manoscritto.

Credevi possibile portare ad uno step più “alto” il tuo manoscritto?
Una volta messi in gioco immaginavo che il manoscritto sarebbe diventato un romanzo vero e proprio, che avrebbe aumentato il suo ritmo, che avrebbe migliorato nello stile. Sì, c’erano tante possibilità di salire più in alto, penso ci siamo riusciti.

Tre aggettivi per descrivere il percorso fatto insieme… di pancia!
Incalzante, sincero, genuino.

Grazie per il confronto, grazie per il tempo che ci hai dedicato

Fare editing con Biplane Edizioni – Vincenzo De Lillo “delirio”

Caro autore Biplane, dopo un lungo e appassionato cammino di editing vissuto insieme ci piacerebbe conoscere il tuo punto di vista, le tue emozioni, cosa hai imparato, le domande ma anche le fatiche e le gioie che hai provato durante il lavoro intrapreso con noi… Pronto a metterti in gioco?

Cosa hai pensato all’inizio del cammino? Ti eri fatto un’idea su come si sarebbe svolto il lavoro? Se sì, quell’idea è stata confermata dalla realtà oppure no?

All’inizio ho pensato che non sarei riuscito a seguire le dritte degli editor. Avevo e ho ancora, da eterno insicuro, dubbi relativi alle mie possibilità.No, non avevo proprio idea di cosa significasse lavorare gomito a gomito, anzi, mouse a mouse, con qualcuno. Tanto meno con un editor.

Come hai vissuto i mesi passati insieme a fare editing?
I mesi, e le serate soprattutto, poiché scrivo per lo più di sera, quando i bambini non rompono i co…si acquietano, volevo dire, sono state illuminanti. Ripeto, non credevo di riuscire a tirar fuori ancora qualcosa dalla mente per il romanzo, invece, grazie a loro, ci sono riuscito.

Cosa hai imparato di nuovo?
Ho imparato cos’è una scaletta, di cui prima ignoravo l’esistenza, a caratterizzare i personaggi cosa a cui prima badavo poco, e a dare degli input al lettore per far sì che si trovasse anch’egli lì, tra le pagine del libro, insieme ai personaggi. Insomma tanto.

Quali sono stati i momenti più difficili?

I momenti più difficili sono stati quelli iniziali, quelli in cui la fiducia in me stesso vacillava. Dopo qualche dritta poi è andato tutto liscio.

E quelli di maggiore soddisfazione?

La soddisfazione più grande è stata quella finale, quando ho visto il manoscritto cambiato in meglio.

Credevi possibile portare ad uno step più “alto” il tuo manoscritto?
No. Come detto, avevo dubbi sulle mie capacità, ma anche perché ero convinto che non ci fosse più niente da dire, o scrivere sulla storia.

Tre aggettivi per descrivere il percorso fatto insieme… di pancia!

Illuminante, istruttivo, incredibile.
Tutti con la I, per par condicio.

Grazie per il confronto, grazie per il tempo che ci hai dedicato

Fare editing con Biplane Edizioni – Elisa Bedoni “il vento non si arrende”

Caro autore Biplane, dopo un lungo e appassionato cammino di editing vissuto insieme ci piacerebbe conoscere il tuo punto di vista, le tue emozioni, cosa hai imparato, le domande ma anche le fatiche e le gioie che hai provato durante il lavoro intrapreso con noi… Pronto a metterti in gioco?

Cosa hai pensato all’inizio del cammino? Ti eri fatto un’idea su come si sarebbe svolto il lavoro?
Se sì, quell’idea è stata confermata dalla realtà oppure no?
Prima di proporre il manoscritto alla casa editrice mi ero appoggiata a un’editor esterna che conoscevo con la quale avevamo già fatto un lavoro corposo. Quando il manoscritto è stato accettato c’erano da fare più che altro piccole aggiustature, micro-editing, e così è stato.

Come hai vissuto i mesi passati insieme a fare editing?
Con la preoccupazione di rispettare le scadenze! Anche se il lavoro non era consistente, si trattava comunque di trovare il tempo per farlo…

Cosa hai imparato di nuovo?
Ho imparato che tanti occhi vedono tante cose diverse, che non c’è una regola che vale per tutti nella scrittura. E che un occhio in più è capace di scovare quel difetto sfuggito agli altri o che per altri era insignificante.

Credevi possibile portare ad uno step più “alto” il tuo manoscritto?
Sì, l’ho sempre pensato, soprattutto prima di iniziare il primo editing, quello fatto al di fuori della casa editrice: ero sicura che aveva bisogno di essere migliorato. Quando l’ho presentato alla Biplane aveva già fatto passi da gigante, eppure è migliorato ancora: a volte un piccolo dettaglio può cambiare completamente le sfumature.

Tre aggettivi per descrivere il percorso fatto insieme… di pancia!
Minuzioso, attento, empatico.

Grazie per il confronto, grazie per il tempo che ci hai dedicato

Fare editing con Biplane Edizioni – Davide Panzarella “un autunno particolare”

Caro autore Biplane, dopo un lungo e appassionato cammino di editing vissuto insieme ci piacerebbe conoscere il tuo punto di vista, le tue emozioni, cosa hai imparato, le domande ma anche le fatiche e le gioie che hai provato durante il lavoro intrapreso con noi… Pronto a metterti in gioco?

Cosa hai pensato all’inizio del cammino? Ti eri fatto un’idea su come si sarebbe svolto il lavoro? Se sì, quell’idea è stata confermata dalla realtà oppure no?

In realtà, visto che “un autunno particolare” è il mio primo romanzo, prima di iniziare l’editing non avevo un’ idea particolarmente precisa di ciò che avrei affrontato. Nonostante sia passato un po’ di tempo, ricordo molto bene il giorno in cui ricevetti la prima mail con le indicazioni da seguire: tornando da scuola, mi sedetti davanti al computer e rimasi lì per ore di fila. Ero armato di una buona dose di entusiasmo e non vedevo l’ora di cominciare questa esperienza.

Come hai vissuto i mesi passati insieme a fare editing?

Sono stati piacevolmente impegnativi. Cercavo di lavorare al manoscritto con costanza e poi, nei periodi di pausa (e in cui attendevo nuove indicazioni), mi ponevo l’obiettivo di “dimenticare” ciò a cui mi ero dedicato. Quest’abitudine mi consentiva di analizzare ogni nuova versione con sguardo più acuto e critico.

Cosa hai imparato di nuovo?

Ad analizzare (e riscrivere) porzioni di testo ponendomi un certo tipo di domande e ricercando determinati effetti. E poi, ad alleggerire, cesellare, modellare.

Quali sono stati i momenti più difficili?

Ogni momento è stato impegnativo in modo diverso, è difficile sceglierne uno in particolare. Però, in linea di massima, più si va avanti con le revisioni e più bisogna tenere alta l’attenzione per scovare incongruenze e “problemini” meno evidenti di altri e che, proprio per questo motivo, possono essere sfuggiti nei passaggi precedenti. Quindi (forse) a risultare un po’ più impegnative sono state le fasi finali dell’editing.

E quelli di maggiore soddisfazione?

Quelli in cui, dopo averci lavorato sopra, una scena o un particolare passaggio apparivano più fluidi e meglio strutturati rispetto a prima. Riuscire a far emergere il potenziale di alcuni blocchi di storia è di sicuro gratificante.

Credevi possibile portare ad uno step più “alto” il tuo manoscritto?

Sì, si può sempre migliorare. Soprattutto quando si lavora insieme a persone competenti.

Tre aggettivi per descrivere il percorso fatto insieme… di pancia!

Attento, piacevole, stimolante.

Grazie per il confronto, grazie per il tempo che ci hai dedicato

Fare editing con Biplane Edizioni – Barbara Cobianchi “di terra, di mare, di cielo”

Caro autore Biplane, dopo un lungo e appassionato cammino di editing vissuto insieme ci piacerebbe conoscere il tuo punto di vista, le tue emozioni, cosa hai imparato, le domande ma anche le fatiche e le gioie che hai provato durante il lavoro intrapreso con noi… Pronto a metterti in gioco?

Cosa hai pensato all’inizio del cammino? Ti eri fatto un’idea su come si sarebbe svolto il lavoro?
Ho sempre pensato che la cosa migliore fosse un rapporto personale fra autore ed editor, che solo un lavoro fatto a più mani su un testo che sta a cuore davvero a tutti coloro che ci lavorano fosse l’editing migliore.

Se sì, quell’idea è stata confermata dalla realtà oppure no?
Quest’idea è stata sicuramente confermata. Il lavoro sul testo è stato un lavoro condiviso, e ricco di confronto, come avevo sperato che fosse.

Come hai vissuto i mesi passati insieme a fare editing?
In realtà le mie giornate, come non lasciano mai molto tempo alla scrittura, non ne avevano molto da parte neppure per l’editing. E allora i mesi di editing sono state lunghe notti a spostare virgole e a soppesare parole, ad arrendersi qualche volta davanti a qualche paragrafo, a pensare la montagna più alta di quanto non fosse…salvo poi svegliarsi la mattina dopo e scoprire le parole, quelle più adatte c’erano già, nascoste da qualche parte, cavate fuori dai consigli delle mie editor.

Cosa hai imparato di nuovo?
Quello che si impara, non scrivendo, ma riscrivendo. Cambiare una parola, spostare una virgola, eliminare un paragrafo può fare la differenza.

Quali sono stati i momenti più difficili?
Sicuramente le notti a ridosso delle scadenze. Attimi di stanchezza e nervosismo, quando le parole sembravano proprio non prendere la direzione giusta.

E quelli di maggiore soddisfazione?
La maggior soddisfazione è stata sicuramente una su tutte: non dover per forza inserire le virgolette per segnalare i discorsi diretti.
Poi, certo, mettere la parola FINE e percepire, in quel momento, che insieme si era concluso un buon lavoro.

Credevi possibile portare ad uno step più “alto” il tuo manoscritto?
È questa la funzione dell’editing, no? Perciò sì. Del resto dalla collaborazione può nascere qualcosa di migliore.

Tre aggettivi per descrivere il percorso fatto insieme… di pancia!
Notturno, profondo, personale.

Grazie per il confronto, grazie per il tempo che ci hai dedicato

Fare editing con Biplane Edizioni – Elia Zordan “quattro passi, un respiro”

Caro autore Biplane, dopo un lungo e appassionato cammino di editing vissuto insieme ci piacerebbe conoscere il tuo punto di vista, le tue emozioni, cosa hai imparato, le domande ma anche le fatiche e le gioie che hai provato durante il lavoro intrapreso con noi… Pronto a metterti in gioco?

Cosa hai pensato all’inizio del cammino? Ti eri fatto un’idea su come si sarebbe svolto il lavoro?

All’inizio, anche se ne avevamo parlato, una rielaborazione così profonda, alla “radice”, non la credevo possibile – e non saprei dire come mai: forse perché non ne avevo mai avuta esperienza. Credevo si trattasse solo di cambiare qualche “stupida” virgola e non di creare di nuovo.

Se sì, quell’idea è stata confermata dalla realtà oppure no?

I mesi di editing sono stati sicuramente Intensi. Di lavoro duro e costante. Mesi riflessivi. Mesi con a volte il timore di non farcela ad arrivare fin dove ben non sapevo: c’era solo un intuizione all’orizzonte. Lo direi un lungo periodo pieno di interrogativi contorti. Un periodo un po’ Biagio, ecco…

Come hai vissuto i mesi passati insieme a fare editing?

Da autore neofita ho imparato un metodo di lavoro. Una costanza. Più di ogni altra cosa ad ascoltare la mia vera “voce narrativa”, a non avere paura di rifare, anche dall’inizio, e più volte. E che rifare fa fare meglio di prima, fa crescere come scrittore.

Quali sono stati i momenti più difficili?

I momenti più difficili: capire come mai alcuni passaggi difronte ad un “altro sguardo”, il vostro, non erano così come li intendevo io. E talvolta la nausea delle mie stesse parole scritte e lette e rilette centinaia di volte.

E quelli di maggiore soddisfazione?

I momenti di maggior soddisfazione: riuscire a riscrivere da nuovo migliorando, dando ancora più “colore” e soprattutto conservando la mia voce.

Credevi possibile portare ad uno step più “alto” il tuo manoscritto?

No. Credevo fosse sì migliorabile, il manoscritto, e lo volevo migliorare, ma non credevo fosse possibile fino a questo punto.

Tre aggettivi per descrivere il percorso fatto insieme… di pancia!

Intenso, Istruttivo, Rivelatore

Grazie per il confronto, grazie per il tempo che ci hai dedicato

Fare editing con Biplane Edizioni – S.Alice Piangente “umanità periferica”

Caro autore Biplane, dopo un lungo e appassionato cammino di editing vissuto insieme ci piacerebbe conoscere il tuo punto di vista, le tue emozioni, cosa hai imparato, le domande ma anche le fatiche e le gioie che hai provato durante il lavoro intrapreso con noi… Pronto a metterti in gioco?

 

Cosa hai pensato all’inizio del cammino? Ti eri fatto un’idea su come si sarebbe svolto il lavoro?
Allora, proprio all’inizio facevo fatica a pensare a qualunque cosa; ero troppo emozionata! Poi, quando ho cominciato a realizzare cosa stava per accadere, ho pensato ne sarebbe assolutamente valsa la pena. Sapevo che il lavoro di editing sarebbe stato impegnativo; le mie editrici lo avevano sottolineato sin dalla prima mail. Senza riserva! Ma io stessa ne ero consapevole essendo al mio romanzo d’esordio. Infatti non credevo nemmeno fosse degno di pubblicazione. Ero dunque pronta ad assorbire tutti i consigli possibili per migliorare la mia storia.

Se sì, quell’idea è stata confermata dalla realtà oppure no?
Assolutamente sì. Ho ricevuto un gran numero di consigli per sistemare al meglio il mio romanzo, alcuni dei quali non troppo semplici da mettere subito in atto, ma con un po’ di impegno sono riuscita a farli miei.

Come hai vissuto i mesi passati insieme a fare editing?
Tutto bene, grazie! Ho subito capito che potevo fidarmi delle mie editrici e ho riposto in loro molta fiducia. Penso che ci siamo intese fin da subito e ho sempre cercato di mettere in atto le loro correzioni. In alcuni momenti questo processo di miglioramento è stato meno immediato che in altri perché dovevo fare i conti con i così detti blocchi dello scrittore (anche se io ancora non mi definirei già tale), ma non mi sono mai sentita abbandonata a me stessa. Mi è piaciuto fin da subito osservare come il mio romanzo si trasformava per assumere maggior forma e profondità.

Cosa hai imparato di nuovo?
Beh, ho imparato così tanto, che, alla fine, non ero nemmeno più sicura fosse il caso di pubblicare il mio romanzo! Nel senso che è come se avessi imparato a scrivere da capo e quello che già avevo scritto mi sembrava tutto da rifare. Sicuramente la cosa che maggiormente ho appreso è stata limare i dialoghi. A me piacciono molto i dialoghi e le descrizioni troppo lunghe mi annoiano presto. Però io abusavo di virgolette, anche quando non era necessario. Mentre, al contrario, tendevo a non descrivere nulla dando per scontato che le scene dipinte nella mia testa si costruissero magicamente anche in quelle dei lettori. Meno dialoghi, quindi, e qualche piccolo dettaglio in più qua e là, anche due semplici parole, che mettessero a fuoco la vicenda. Poi ho imparato che “in fondo” avverbio si scrive staccato e che “sé stesso” va con l’accento, sebbene in tutte scuole che ho frequentato si scrivesse senza! Ma questi sono dettagli, no?

Quali sono stati i momenti più difficili?
Quelli dove le editrici chiedevano di integrare e approfondire, ma a me non veniva in mente niente di nuovo perché facevo fatica a figurarmi nella mente qualcosa di diverso da ciò che era in origine e quelli dove effettivamente mi mancavano delle conoscenze per farlo. E, allora, ho dovuto fare qualche ricerca per essere più corretta nella scrittura. Non è stato nemmeno semplice a volte, lo ammetto, accettare di tagliare delle parti a cui ero legata, ma che finivano per risultare ridondanti o svianti rispetto al focus del romanzo. Insomma, avevo tendenze un po’ logorroiche, a quanto pare.

E quelli di maggiore soddisfazione?
Riuscire a superare i momenti di difficoltà o blocco e osservare tutti i colori che la mia storia assumeva per la prima volta. Tutto qui. Non sono una che facilmente si sente soddisfatta del proprio operato.

Credevi possibile portare ad uno step più “alto” il tuo manoscritto?
Con certezza; era tutto ciò che volevo ma che sola sola non riuscivo a fare perché priva dell’esperienza necessaria.

Tre aggettivi per descrivere il percorso fatto insieme… di pancia!
Il primo è telefonoso. Scusate se invento una parola! Visto il periodaccio in cui il processo di editing si è svolto, nonostante io e la Biplane Edizioni non fossimo poi così distanti, sono servite lunghe telefonate e anche qualche incontro virtuale.
Talvolta lievemente indigesto. Non per il lavoro con le editrici, eh. Ci mancherebbe. Ma non ne potevo più di rileggere il mio romanzo per la centesima volta!
E infine, perché le cose più buone si tengono per ultime, colmo di gratitudine per tutto ciò che ho appreso e da cui forse, almeno spero, potrò partire per arrivare a essere una piccola scrittrice che cresce.

Grazie per il confronto, grazie per il tempo che ci hai dedicato

Conosciamo S.Alice Piangente

Cara S.Alice Piangente finalmente siamo arrivate alla tanto attesa pubblicazione del tuo romanzo “umanità periferica”… Il cammino è stato lungo ma ne è valsa la pena; ora il tuo/nostro “albero ha radici forti ed è pronto per farsi conoscere. Siamo molto soddisfatte del lavoro fatto insieme e contente di darti il benvenuto in Biplane! Come da tradizione ecco l’intervista a te dedicata; sei pronta?

Quanto è importante per te la scrittura e quale posto le dai nella tua vita?

Scrivere per me è molto importante perché mi permette di esprimermi in un mondo dove mi sono sempre sentita con una sorta di bavaglio alla bocca. Nella scrittura tutti i miei filtri sociali vengono meno e io posso definire me stessa, senza paura di non essere apprezzata e, tramite i miei personaggi, posso dare libero sfogo a tutte le emozioni che la mia anima sperimenta e spesso reprime nella vita di tutti i giorni. E poi mi piacciono le storie, anche quelle che sembrano più semplici e banali. Quella della mia vita è troppo asciutta per bastarmi. Così i miei personaggi arricchiscono il mio cammino con le proprie vicende sia positive che non e io li osservo con la curiosità di un bambino che scarta un regalo allettante.

Come mai hai scelto di usare uno pseudonimo?

Senza troppi giri di parole, ho scelto uno pseudonimo perché il mio vero nome non mi piace per niente! Lo trovo banale e poco significativo e non apprezzo neppure il suo suono. Mi piaceva l’idea di poter associare il mio nome a qualcosa che potesse essere caratteristico della mia persona. Il salice piangente che abbandona le proprie lievi frasche al vento, senza opporvisi, rappresenta il mio modo di vedere la vita in questo momento. Cerco, per quanto possibile, di affrontare gli eventi con l’umiltà consapevole che non sempre possiamo adattare il divenire delle cose a quelli che sono desideri e ambizioni personali. Accettare la sconfitta? Direi di no. Semplicemente abbandonarsi alla corrente, senza affogarvi dentro, né tentare di combatterla senza successo, logorandosi per la fatica. Ok, forse è più facile a dirsi che a farsi, ma penso che provarci sia l’importante.

A quale personaggio di “umanità periferica” sei più legata? Perché proprio lui/lei?

Diciamo che tutti i personaggi della storia sono come frammenti della mia anima e sceglierne uno non è semplice. Tuttavia, direi Angelo per solidarietà e supporto. Tra tutti gli alunni, lui è l’unico che, scegliendo di opporsi agli eventi con cui non riesce a trovare un equilibrio, si ritira a poco tempo dall’esame di stato, non riuscendo, a differenza dei compagni, a ricevere il diploma che avrebbe potuto garantirgli maggiori possibilità per la sua vita futura. Nonostante le sue qualità, rappresenta il fallimento di una società che per la maggior parte, non supporta i più giovani, né fornisce loro il giusto e doveroso sostegno per il raggiungimento dell’età adulta.

Come è nato il romanzo?

Il romanzo direi che è nato un po’ da sé, senza essere cercato. Una sera ascoltavo della musica camminando al buio, attorno al tavolo della cucina e improvvisamente nella mia mente hanno cominciato a disegnarsi alcune scene e alcuni personaggi ancora sconosciuti si sono intrufolati maldestramente nei miei respiri. Non se ne sono più andati. Anzi, urlavano a che la propria storia venisse raccontata. Ho cercato di fare del mio meglio per accontentarli e concedere loro la voce che chiedevano.

Dove e in quanto tempo lo hai scritto?

Allora, l’ho scritto su due diversi computer perché uno si è rotto e l’ho scritto nei pressi di casa mia a Varese. Non ricordo bene in quanto tempo. Probabilmente attorno a un anno, massimo due.

Quali sono i tuoi autori preferiti?

Aiuto! Domanda non facile perché, lo ammetto, ho sempre fatto fatica a leggere più volte uno stesso autore. Non ne capisco nemmeno io il motivo e probabilmente è una questione che dovrò risolvere prima o poi. Inoltre, al liceo che ho frequentato si può dire avessi professori non dilettati dalla lettura, ma davvero ossessionati. Ho dovuto leggere così tanto, e forzatamente, che la mia memoria col tempo ha fatto un bel puzzle caotico che ancora non ho avuto il tempo e le capacità di riordinare. Ad ogni modo, riguardo alla prosa, ho un debole per Dostoevskij. Un po’ deprimente, lo so, ma maledettamente profondo nel trattare di anima, con i suoi desideri, frustrazioni, ire… Per la poesia, invece, apprezzo molto Shakespeare, che sa farmi innamorare delle parole e Ungaretti con la semplicità disarmante dei suoi versi.

La più bella frase che hai trovato in un romanzo…

Ho particolarmente a cuore una frase molto famosa, di Ernest Hemingway, tratta dal romanzo Per Chi Suona la Campana. “Dunque non chiedere mai per chi suona la campana. Essa suona per te.” Nel suo intento di sottolineare la fratellanza degli uomini in maniera così severa, mi ha sempre incusso una certa soggezione. Per questo ha messo radici così profonde nella mia anima, ricordandomi che ci sono battaglie dove l’umanità combatte contro sé stessa e che, dunque, si manifesta sconfitta in partenza.

Ascolti musica mentre scrivi?

No, mi deconcentra. Semmai la ascolto prima o dopo l’atto della scrittura. Mi aiuta a fare uscire storie e personaggi.

 A quale film o colonna sonora assoceresti il tuo romanzo?

Direi a qualcosa di abbastanza classico con tanto pianoforte. Ma anche violini e percussioni. Proverei con un Beethoven agitato per i momenti di maggiore enfasi e un delicato e romantico Chopin per quelli più tranquilli. Ma non sono così erudita in questo campo, quindi meglio se resto sul generico per non rischiare scivoloni culturali.

Conosciamo Davide Panzarella

Benvenuto Davide, con te si inaugura la “collana scuola di volo” dedicata alle penne dei giovanissimi talenti…

Come ti senti ad essere il “pioniere” di questo volo?

Sono davvero contento. Dopo un bel po’ di lavoro, è emozionante sapere che da adesso il romanzo potrà finalmente arrivare tra le mani di chiunque voglia leggerlo…

Quando hai scoperto che ti piaceva scrivere?

Penso già durante le elementari, ma sono riuscito a capirlo meglio soprattutto alle medie. Oltre all’indubbio sforzo di trasformare in parole, frasi e periodi ciò che si agitava nella mia mente, durante i temi in classe provavo un inaspettato, ancora non troppo definito piacere che nasceva sia dall’atto creativo in sé, sia dal vedere le parole imprimersi sul foglio bianco. Con l’inizio del liceo ebbi modo di approfondire molto la conoscenza del trinomio fatica/scrittura/piacere. Il merito fu di un professore d’italiano che ogni settimana ci assegnava sempre un paio di “produzioni scritte” da svolgere a casa sui più disparati argomenti. All’inizio fu impegnativo, certo, ma col passare dei mesi quello che all’inizio era un “dovere” divenne un modo sempre più utile, piacevole e naturale per esprimere me stesso e mettere ordine nella mia mente. E poi vedere le mie idee e i miei pensieri – o le mie piccole invenzioni – prendere forma e stamparsi su un foglio continuava a farmi sentire soddisfatto, felice…
Qualche anno dopo ho sentito la voglia di mettermi in gioco, di sfidare me stesso tentando di scrivere per la prima volta non per motivi scolastici ma per semplice passione. E a quel punto si è spalancata una finestra su un nuovo mondo…

Che libri hai sul comodino?

In passato ho avuto modo di spaziare tra vari generi letterari: giallo, thriller, saga familiare, fantasy… Però negli ultimi anni ho sviluppato una passione anche per la saggistica e per la narrativa “non di genere”, oltre che per i classici (che comunque ho intenzione di conoscere meglio in futuro).

Mentre scrivi hai un tuo “rito”? Ad esempio: ascolti musica, ami il silenzio, oppure…

Preferisco rimanere in silenzio in una stanza con la porta chiusa: penso che scrivere richieda concentrazione e non sarei capace di trovarla senza essere circondato dalla quiete. Per il resto, ci sono momenti in cui preferisco scrivere al computer e altri in cui sento il bisogno di farlo in modo tradizionale – a mano con carta e matita, sotto la luce di una lampada – perché a volte è più facile mettere ordine tra i pensieri “toccando con mano” la pagina, appuntando, schematizzando su un foglio bianco materiale, del tutto fisico, reale…

I tuoi riferimenti letterari?

Ho iniziato a scrivere con un’idea fissa in mente: prendere come esempio gli autori (più o meno affermati) che sono riusciti a farsi scegliere dalle case editrici e a pubblicare per loro. Mi dicevo: “Da ognuno di loro avrà di certo qualcosa da imparare”. In effetti, tempo dopo, scoprii che anche Stephen King aveva teorizzato qualcosa del genere: scrisse che spesso anche le “cattive letture” (ossia di qualità letteraria non eccelsa) hanno molto da insegnare a chi vuole avvicinarsi al mondo della scrittura: se non altro, almeno gli errori da evitare…

Quindi credo che diversi autori possano essere definiti come miei “riferimenti”. Se devo menzionarne uno (in realtà, una) in particolare, non posso che fare il nome di J.K. Rowling. Credo che il suo modo di scrivere abbia rappresentato un ottimo compromesso tra qualità dello stile e ricchezza della storia narrata. E poi ammiro davvero la sua prodigiosa fantasia.

In quale momento della giornata preferisci scrivere?

Se posso, nel pomeriggio. Però a volte trovo del tempo soltanto durante la sera, momento della giornata in cui sono più libero da impegni di ogni tipo.

Che potere ha la scrittura sul tuo mondo interiore? Riesce a trasformarti? A farti crescere?

Sì, sicuramente. A volte, mentre scrivo, mi sento in grado di analizzare la realtà in modo più lucido rispetto ai momenti di vita quotidiana in cui sono trascinato dal fluire della vita. Riesco a mettere ordine tra le mie idee prendendomi tutto il tempo necessario per fare introspezione e per sforzarmi di comprendere meglio me stesso e gli altri. Scrivere mi aiuta anche ad allontanarmi un po’ dalla superficialità, insegnandomi ad approfondire, a scavare, ad andare in profondità (anche e soprattutto nella vita). E, a volte, si rivela anche formidabilmente terapeutico.

“un autunno particolare” parla anche di te?

Nonostante sia una storia che nasce dalla mia immaginazione, c’è anche qualche punto di contatto tra la mia vita, la mia quotidianità e il romanzo. Alcuni tra i personaggi o le ambientazioni nascono dall’osservazione di ciò che mi circonda realmente. Naturalmente ho modificato e rielaborato – a volte marcatamente, altre meno – determinati elementi (luoghi, caratteri, impressioni)… Soprattutto per renderli funzionali alla storia!

Tre parole per descrivere il tuo romanzo…

Concreto, perché (tra le altre cose) vuole toccare anche temi caldi, “vivi”;
Agile, perché penso non siano molti i punti in cui il ritmo della narrazione è lento;
Stimolante (o forse “perturbante”?), perché spero che alla fine il lettore possa porsi alcune domande.

Grazie Davide!

Conosciamo le traduttrici di “una vita di giorni impossibili”

Qual è stata la maggiore difficoltà che avete incontrato nel tradurre “una vita di giorni impossibili”?

Alessandra Patriarca: Ognuna delle tre Willa ha una propria personalità e un proprio linguaggio, legati non solo all’età, ma anche all’esperienza di vita trascorsa. Conservare e trasmettere queste particolarità è stata sicuramente una sfida.
Sabrina Campolongo: Sicuramente la voce di Silver Willa è quella che mi ha dato più filo da torcere. Questa ultranovantenne un po’ svalvolata è spesso in lotta con le parole e finisce per fare delle connessioni tutte sue, sulla base del loro suono o di punti di contatto ancora più impalpabili. Conservare il più possibile il percorso tortuoso nella mente di Silver Willa e anche l’effetto comico finale di questi “svarioni” è stata una bella sfida.

Cosa vi è piaciuto di più del romanzo?

Alessandra Patriarca: Il significato più profondo, l’interpretazione psicanalitica delle tre età di Willa che riesce a coesistere con la trama quasi di favola che è il filo conduttore del romanzo.
Sabrina Campolongo: Il modo in cui l’universo dell’infanzia è reso senza forzature, come se Tabitha Bird viaggiasse nel tempo.

Come descrivereste la scrittura di Tabitha?

Alessandra Patriarca: Dal punto di vista linguistico e sintattico è decisamente scorrevole. La struttura che ha dato al susseguirsi dei fatti, che avvengono in tre epoche diverse, richiede al lettore un po’ più di impegno, ma ne vale di sicuro la pena.
Sabrina Campolongo: Immaginifica, ricca e al tempo stesso semplice. Consapevole.

Qual è stata la sfida che avete incontrato nel replicare l’atmosfera dall’inglese all’italiano?

Alessandra Patriarca: Il romanzo è permeato dell’atmosfera rurale australiana, pur spaziando dal 1965 al 2050, ed è stato importante riuscire a trasmettere questa dimensione poco urbana, con radici profonde nella natura, nella fauna e flora tipica di quei luoghi, che prende a volte un risvolto quasi magico.
Sabrina Campolongo: Una sfida molto divertente è stata quella di ricreare in italiano il linguaggio privato delle Willa, che comprende parole come amaze-a-loo (che abbiamo scelto alla fine di tradurre con fantasticissimo). Una sfida invincibile quella dei biscotti tanto amati dalla nonna, i jam drops, due sole scoppiettanti sillabe in inglese. Alla fine abbiamo scelto gemme di marmellata, ben sette sillabe… se c’era un’alternativa migliore non l’abbiamo trovata.

Cosa è rimasto in voi del romanzo?

Alessandra Patriarca: Senza dubbio gli stivali di gomma di Super Willa (a 8 anni, ma anche a 93)
Sabrina Campolongo: Mi ha riportato a un tempo della mia vita in cui credevo che la magia fosse reale.

L’aspetto che amate di più del vostro lavoro?

Alessandra Patriarca: Il fatto che in una traduzione niente è mai scontato o banale.
Sabrina Campolongo: Credo che la traduzione sia l’esperienza di lettura più profonda che si possa fare. Non si può correre avanti o sorvolare, o rimandare a un’eventuale rilettura: ogni parola deve essere vista e compresa, anche agli spazi bianchi bisogna dare un significato. Alla fine si ha l’impressione di essere il lettore numero uno di quel testo, ci si è dentro completamente. Quando si tratta di un buon romanzo è un momento esaltante.