Il Natale secondo Bart, Leo, Saro e Sarg “di terra, di mare, di cielo”

Bart si svegliò ed era notte fonda. La mano corse veloce a cercare nel buio Leo al suo fianco, ma lui non c’era. Non doveva essersi alzato da molto, le lenzuola erano ancora calde. Bart si alzò, trascinandosi dietro una coperta di pile bianca per far tacere il brivido di freddo che l’aveva colto. Avvolto nella coperta, a piedi nudi sul pavimento riscaldato, scivolò in salone. Leo era lì. Davanti alle tende illuminate da una pioggia di luci bianche, addobbava con palline blu e fili argentei l’albero di Natale che avevano comprato il pomeriggio prima. Bart gli arrivò alle spalle in silenzio e lo abbracciò alla vita. È notte. Leo si cullò un momento in quell’abbraccio. Dev’essere tutto a posto per quando arriveranno. Lo sarà, torna a dormire. Il tono sornione di Bart lo fece sorridere. Ho quasi finito, vai, arrivo presto. Bart si girò su stesso, trascinandosi dietro la coperta bianca, sapeva che con Leo discutere non serviva. Leo lo guardò sparire nel corridoio silenzioso com’era arrivato e riprese a concentrarsi sull’abete di plastica verde. A guardare adesso i rami ben distesi sembrava quasi fosse vero. Un po’ più a destra o meglio a sinistra davanti alla finestra? Palline blu e palline argentate o solo palline blu? Non aveva più dedicato tanto tempo agli addobbi natalizi da quanto Sarg era cresciuta, eppure all’idea di passare quel Natale con lei, con lei e Saro, quella voglia infantile gli era tornata fuori, oppure era solo desiderio di rivedere i suoi occhi di bambina illuminarsi di gioia.

E poi ne avevano bisogno, tutti. Ne aveva bisogno lui, anche se a Gesù Cristo non era sicuro di credere già da troppo tempo. Ne aveva bisogno Bart che dopo quello che era accaduto a Moah era tornato a credere sul serio in quel Dio che aveva tanti nomi, almeno uno per ogni religione, e non erano nemmeno abbastanza. Ne avevano bisogno Sarg e Saro, ché, se anche erano cresciuti davvero, non dovevano smettere di sognare. Così gli venne in mente che accanto all’albero avrebbero dovuto allestire anche un bel presepe, ché lo accogliesse per benino quel Dio, qualunque fosse, che portava calore e pace. Avrebbero dovuto raccogliere tante belle foglie secche per fargli un giaciglio comodo comodo. E gli venne voglia di correre a svegliare Bart, scuoterlo e convincerlo a vestirsi in fretta, ché l’alba era alle porte e c’erano foglie gialle da raccogliere e una capanna da allestire. Si sforzò di trattenerla, quella voglia incontenibile, ma ci riuscì soltanto per una manciata di minuti. Poco dopo era nel letto che scuoteva Bart semiaddormentato, Andiamo, svegliati, andiamo…

Saro arrivò per primo, la valigia marrone in mano. Leo sentì suonare alla porta mentre cercava di avvolgere intorno al collo di Bart fili argentati a mo’ di sciarpa, ridevano insieme i due, adesso che il dolore per quello che avevano vissuto aveva iniziato ad attenuarsi. Il campanello risuonò in casa e Leo si bloccò con i fili d’argento nelle mani a mezz’aria, Torno subito, e corse alla porta. Aprì con energia e si trovò davanti Saro, il ciuffo biondo che gli cadeva sugli occhi. Per un attimo il ragazzo lo fissò in silenzio nel vederlo così, con la mani piene di addobbi e qualche brillantino sul volto. Cos’è non parli? Leo non andava mai giù per il sottile, Avanti muoviti, c’è ancora molto da fare, e si mosse per tornare da Bart. Saro sorrise seguendolo docile. Trasse un respiro profondo e si lasciò cullare dalla voce di Bart che sentiva in lontananza, E’ arrivato? E’ arrivato? Entrò in salotto e Bart scattò verso di lui, lo strinse in un abbraccio.

Sarg arrivò solo a sera, quando la casa era illuminata, l’albero luccicava di blu e d’argento, i pastori del presepe attendevano davanti al giaciglio di foglie gialle un bambino o chiunque altro purché portasse pace e calore. In cucina Bart stava apparecchiando la tavola, ed era tutto un tintinnio di posate e bicchieri, mentre sui fornelli borbottavano le pentole. Leo aveva ripulito un vecchio giradischi e cercava nella scatola dei 33 giri quel disco con le canzoni di Natale che lei ascoltava da bambina. Saro, seduto sul divano, non diceva una parola, respirava grato l’aria di casa. E così vi state godendo la serata senza di me? Sarg li colse così, all’improvviso, non l’avevano sentita entrare. Leo alzò gli occhi dai dischi, Saro saltò in piedi di scatto e Bart, che aveva sentito la sua voce squillante, arrivò quasi di corsa. Un attimo e tutti e tre la abbracciarono.

Eccoci! Bart si avvicinò al tavolo con la pentola fumante. Non avrete per caso mangiato tutti i tramezzini con i gamberetti, vero? Passate i piatti, su, stasera gli spaghetti con le vongole son venuti davvero bene, parola di papà! Le pietanze sono in tavola, i bicchieri colmi di vino, ognuno seduto al suo posto. Saro allunga la mano verso quella di Sarg, lei la stringe e con l’altra afferra la mano di Leo, che prende quella di Bart che chiude il cerchio. Eccoci! E sembra una preghiera silenziosa rotta solo da quella parola, eccoci, invece è un modo per dire, Siamo ancora qua, ancora insieme, per sentire rinnovarsi il calore, quello che nasce con ogni bambino, anche solo su un letto di foglie secche, o più semplicemente per augurarsi, Buon Natale. Ed è il Buon Natale di Leo, che sia la gioia di avere accanto chi amiamo, e il Buon Natale di Bart, che sia il calore di aver dato un posto a chi un posto ancora non l’aveva trovato, e il Buon Natale di Saro, che sia gratitudine di chi trova il proprio posto nel mondo, e soprattutto è il Buon Natale di Sarg, ché bastano queste due parole e mani a stringere le tue per sapere che all’abito della diversità, forse un po’ troppo stretto quando qualcuno te l’ha cucito addosso, basta scucire i bottoni per vederlo scivolare di dosso.

Il Natale secondo V “delirio”…

La scorsa vigilia di Natale non fu una di quelle da ricordare per V, anche se, lui, la ricorderà per sempre, e non solo perché fu l’ultima in compagnia del padre e della donna che allora lo accudiva.

La festa fu per pochi, pochissimi, intimi: il giovane, suo padre l’ingegner Delirio, presente eccezionalmente perché colto da improvviso, quanto curioso, per chi lo conosceva, spirito natalizio, e infine la loro fidata tata, cui allora il ragazzo voleva ancora molto bene: Tita. Brasiliana, sessantenne governante di casa Delirio a  tempo pieno, a tempo perso invece libera professionista nel settore accompagnamento, imbonimento e intrattenimento per signori. E ragazzi. E signore, nel caso. Davanti ai soldi la netiquette passa in secondo piano, del resto.

La cena, abbondante e caratteristica come da tradizione partenopea, nella quale la tata brasiliana si era perfettamente calata, e in cui scorsero a fiumi litri di prosecco, per il quale l’ingegnere aveva una smodata passione, si concluse però anzitempo. Questo perché il ragazzo, cui il cervello nella vita non aveva mai dato il giusto appoggio, fece una delle sue proverbiali stupidaggini. Una delle tante per cui dagli amici o pseudo tali, veniva considerato da sempre, a ragione, un emerito deficiente.

Al momento di preparare la tavola per i dolci, mentre Tita andava e veniva dalla cucina, collocando sulla rossa tovaglia in salone liquori e dolciumi per concludere in modo iperglicemico la serata, prima dell’apertura dei regali, a V venne una curiosa smania. Il tutto nacque quando al giovane satollo e ubriaco come un tedesco all’Oktoberfest, cadde l’attenzione sul pandoro in bella mostra a centro tavola e sulla bustina bianca ripiena di zucchero a velo per ricoprire il caratteristico dolce natalizio. Quella che si trova in ogni confezione del prodotto da forno di fattura industriale e che da sempre divide in due fazioni quelli che ne agognano l’uso smodato e quelli che cordialmente la schifano.

La smania del ragazzo però, non ebbe origine da un attacco improvviso di infantile ghiottoneria, come è lecito pensare conoscendo la mente da novenne del nostro V. Ma piuttosto da una perversa golosità scaturita dalla sua folle passione per tutte le polverine, soprattutto quelle fuorilegge, di variegata e poliedrica inoculazione, aggiungerei.

Approfittando quindi di un momento di distrazione della donna di casa e del padre: con la prima intenta a far fuori in cucina di nascosto gli ultimi frutti di mare crudi sopravvissuti alla serata, per mantenere una certa afrodisiaca ebbrezza già scatenata dall’alcool, cui avrebbe dato poi soddisfazione, come da accordi già presi, con almeno un paio di clienti nel tardo dopocena… e con il secondo, l’ingegner Delirio, che sonnecchiava sereno in preda ai fumi del prosecco, alternando respiri affannosi e rutti all’aroma di mazzancolle su una poltrona in un angolo, il prode V, come un ingenuo e stupidino discolo, fece la cazzata che stravolse la serata. La sua, di Tita, del papà e del personale sanitario che lo soccorse più tardi.

Aperta la bustina in un piatto e sistemato tosto il contenuto in 5 corpose strisce con cura certosina, come da colombiana usanza, con l’ausilio di una cannuccia da bibita si diede da fare famelico come Al Pacino in Scarface. Le prime due strisce furono aspirate di getto, senza nessuna difficoltà, data la sua esperienza, come un aspirapolvere su un esiguo cumulo di sabbia. Cosa che non avvenne invece con le successive due, con le quali il giovane fece più fatica, ma che sniffò comunque audace perché le prime non gli avevano dato la “botta” che si aspettava. Già con la terza striscia ci furono i primi fisici turbamenti sotto forma di attacchi di tosse convulsa, ma solo a metà della quarta, però, i risultati di tale scelleratezza si manifestarono feroci, provocando al nostro eroe una crisi respiratoria così forte da costringerlo a piegarsi in due, boccheggiando e lasciandogli solo un filo di voce per chiamare l’amata Tata, subito accorsa in suo aiuto.
Mentre il padre, immobile e perplesso, risvegliato dalle urla della domestica, faticava a capire quale problema avesse mai potuto creare stavolta quel coglione del figlio con un semplice e innocuo pandoro.

Lo zucchero a velo, a contatto con l’umidità del naso, si era trasformato in una sostanza collosa che non permetteva all’aria di entrare, facendolo quasi soffocare. Il sapore dolciastro in bocca; il cervello annebbiato; il padre che lo guardava muto, tra lo sconcerto e lo schifo, mentre la tata gli salvava la vita praticandogli una respirazione bocca a bocca; la corsa folle all’ospedale tra le strade deserte invase da lucine colorate; lo sguardo incazzato proprio di Tita, cui la cazzata del giovane aveva fatto perdere una nottata di guadagni (maggiorati perché in un giorno festivo) saranno le uniche cose che ricorderà per il resto dei suoi Natale.

Insieme alle parole del medico del pronto soccorso, che una volta scampato il pericolo, ma prima di tenerlo in osservazione fino al giorno seguente, sotto consiglio pure di un diabetologo, si pronuncerà così: “Embè, in tanti anni di carriera ne ho conosciuti di cretini, ma come questo, giuro, mai.”

Opinione comune, tra l’altro.

Il Natale secondo Marco di “un autunno particolare”

Per lunghi anni, con l’avvicinarsi del periodo natalizio, ho provato sempre lo stesso, identico miscuglio di emozioni. Attendevo le festività, facevo un mentale conto alla rovescia, pensavo alle attività cui mi sarei dedicato nei giorni successivi e programmavo con chi trascorrerli. Al contrario di quanto si possa pensare, navigare tra pensieri di quel genere non sempre era rilassante o piacevole. Anzi, a volte, sentivo farsi strada dentro di me una serie di sensazioni sgradevoli, di cui avrei fatto volentieri a meno, e che eppure sembravano impossibili da scacciare. Assomigliavano a un retrogusto rancido capace di rovinare qualsiasi pietanza.

Diciamola tutta: soprattutto negli anni peggiori, all’idea del Natale ho provato un aggressivo impulso di rifiuto. Se dovessi rappresentare materialmente questa sensazione, penserei subito a una sorta di vecchia coperta bitorzoluta e infestata di cimici in grado di avvolgere – e ottundere – quel fascio di altri sentimenti quasi sempre ho preferito tenere al buio, riposti in un angolo di me come un mazzo di fiori ormai scoloriti e avvizziti. Sì, lo ripeto: negli anni scorsi, se avessi potuto, avrei fatto di tutto per cancellare le feste dal calendario.

Ne sono sicuro, starete pensando che io sia un tipo davvero strambo. Non so se valga la pena di contraddirvi e, a dirla tutta, farlo non mi interessa poi granché. Vi basti sapere che il motivo per cui avrei fatto a meno di quella manciata di giorni a cavallo tra dicembre e gennaio non è da ricercare in una mia bizzarria caratteriale o in una mia presunta asocialità.

La verità è ben diversa: io avevo – e, in parte, ho ancora – paura dei miei ricordi. Di alcuni specifici ricordi che tra regali, alberi di natale e luminarie sparse per le strade, rischiano di emergere dal profondo di me stesso e trascinarmi con sé. So anche perché ciò avviene in questo periodo: durante le feste in genere si passa molto tempo con i propri familiari, si evoca il passato. E dunque è facile sprofondare in una pozza melmosa di nostalgia, rimorsi e rimpianti. Io volevo assolutamente sfuggire a quello spirito e al rischio che da questo derivava.

Non è ancora il momento di svelarvi altro. Non capireste, e io non potrei farvene una colpa. Prima di comprendere e poter giudicare – sempre se vi sentirete in grado di farlo – bisogna conoscere tutto ciò che ho vissuto. Se vorrete, potrete farlo presto.

Per ora vi lascio e vi auguro di poter trascorrere delle festività perlomeno serene, che siano del tutto differenti dalle tante che ho vissuto in prima persona . A presto.

Marco

Conosciamo Davide Panzarella

Benvenuto Davide, con te si inaugura la “collana scuola di volo” dedicata alle penne dei giovanissimi talenti…

Come ti senti ad essere il “pioniere” di questo volo?

Sono davvero contento. Dopo un bel po’ di lavoro, è emozionante sapere che da adesso il romanzo potrà finalmente arrivare tra le mani di chiunque voglia leggerlo…

Quando hai scoperto che ti piaceva scrivere?

Penso già durante le elementari, ma sono riuscito a capirlo meglio soprattutto alle medie. Oltre all’indubbio sforzo di trasformare in parole, frasi e periodi ciò che si agitava nella mia mente, durante i temi in classe provavo un inaspettato, ancora non troppo definito piacere che nasceva sia dall’atto creativo in sé, sia dal vedere le parole imprimersi sul foglio bianco. Con l’inizio del liceo ebbi modo di approfondire molto la conoscenza del trinomio fatica/scrittura/piacere. Il merito fu di un professore d’italiano che ogni settimana ci assegnava sempre un paio di “produzioni scritte” da svolgere a casa sui più disparati argomenti. All’inizio fu impegnativo, certo, ma col passare dei mesi quello che all’inizio era un “dovere” divenne un modo sempre più utile, piacevole e naturale per esprimere me stesso e mettere ordine nella mia mente. E poi vedere le mie idee e i miei pensieri – o le mie piccole invenzioni – prendere forma e stamparsi su un foglio continuava a farmi sentire soddisfatto, felice…
Qualche anno dopo ho sentito la voglia di mettermi in gioco, di sfidare me stesso tentando di scrivere per la prima volta non per motivi scolastici ma per semplice passione. E a quel punto si è spalancata una finestra su un nuovo mondo…

Che libri hai sul comodino?

In passato ho avuto modo di spaziare tra vari generi letterari: giallo, thriller, saga familiare, fantasy… Però negli ultimi anni ho sviluppato una passione anche per la saggistica e per la narrativa “non di genere”, oltre che per i classici (che comunque ho intenzione di conoscere meglio in futuro).

Mentre scrivi hai un tuo “rito”? Ad esempio: ascolti musica, ami il silenzio, oppure…

Preferisco rimanere in silenzio in una stanza con la porta chiusa: penso che scrivere richieda concentrazione e non sarei capace di trovarla senza essere circondato dalla quiete. Per il resto, ci sono momenti in cui preferisco scrivere al computer e altri in cui sento il bisogno di farlo in modo tradizionale – a mano con carta e matita, sotto la luce di una lampada – perché a volte è più facile mettere ordine tra i pensieri “toccando con mano” la pagina, appuntando, schematizzando su un foglio bianco materiale, del tutto fisico, reale…

I tuoi riferimenti letterari?

Ho iniziato a scrivere con un’idea fissa in mente: prendere come esempio gli autori (più o meno affermati) che sono riusciti a farsi scegliere dalle case editrici e a pubblicare per loro. Mi dicevo: “Da ognuno di loro avrà di certo qualcosa da imparare”. In effetti, tempo dopo, scoprii che anche Stephen King aveva teorizzato qualcosa del genere: scrisse che spesso anche le “cattive letture” (ossia di qualità letteraria non eccelsa) hanno molto da insegnare a chi vuole avvicinarsi al mondo della scrittura: se non altro, almeno gli errori da evitare…

Quindi credo che diversi autori possano essere definiti come miei “riferimenti”. Se devo menzionarne uno (in realtà, una) in particolare, non posso che fare il nome di J.K. Rowling. Credo che il suo modo di scrivere abbia rappresentato un ottimo compromesso tra qualità dello stile e ricchezza della storia narrata. E poi ammiro davvero la sua prodigiosa fantasia.

In quale momento della giornata preferisci scrivere?

Se posso, nel pomeriggio. Però a volte trovo del tempo soltanto durante la sera, momento della giornata in cui sono più libero da impegni di ogni tipo.

Che potere ha la scrittura sul tuo mondo interiore? Riesce a trasformarti? A farti crescere?

Sì, sicuramente. A volte, mentre scrivo, mi sento in grado di analizzare la realtà in modo più lucido rispetto ai momenti di vita quotidiana in cui sono trascinato dal fluire della vita. Riesco a mettere ordine tra le mie idee prendendomi tutto il tempo necessario per fare introspezione e per sforzarmi di comprendere meglio me stesso e gli altri. Scrivere mi aiuta anche ad allontanarmi un po’ dalla superficialità, insegnandomi ad approfondire, a scavare, ad andare in profondità (anche e soprattutto nella vita). E, a volte, si rivela anche formidabilmente terapeutico.

“un autunno particolare” parla anche di te?

Nonostante sia una storia che nasce dalla mia immaginazione, c’è anche qualche punto di contatto tra la mia vita, la mia quotidianità e il romanzo. Alcuni tra i personaggi o le ambientazioni nascono dall’osservazione di ciò che mi circonda realmente. Naturalmente ho modificato e rielaborato – a volte marcatamente, altre meno – determinati elementi (luoghi, caratteri, impressioni)… Soprattutto per renderli funzionali alla storia!

Tre parole per descrivere il tuo romanzo…

Concreto, perché (tra le altre cose) vuole toccare anche temi caldi, “vivi”;
Agile, perché penso non siano molti i punti in cui il ritmo della narrazione è lento;
Stimolante (o forse “perturbante”?), perché spero che alla fine il lettore possa porsi alcune domande.

Grazie Davide!

Conosciamo le traduttrici di “una vita di giorni impossibili”

Qual è stata la maggiore difficoltà che avete incontrato nel tradurre “una vita di giorni impossibili”?

Alessandra Patriarca: Ognuna delle tre Willa ha una propria personalità e un proprio linguaggio, legati non solo all’età, ma anche all’esperienza di vita trascorsa. Conservare e trasmettere queste particolarità è stata sicuramente una sfida.
Sabrina Campolongo: Sicuramente la voce di Silver Willa è quella che mi ha dato più filo da torcere. Questa ultranovantenne un po’ svalvolata è spesso in lotta con le parole e finisce per fare delle connessioni tutte sue, sulla base del loro suono o di punti di contatto ancora più impalpabili. Conservare il più possibile il percorso tortuoso nella mente di Silver Willa e anche l’effetto comico finale di questi “svarioni” è stata una bella sfida.

Cosa vi è piaciuto di più del romanzo?

Alessandra Patriarca: Il significato più profondo, l’interpretazione psicanalitica delle tre età di Willa che riesce a coesistere con la trama quasi di favola che è il filo conduttore del romanzo.
Sabrina Campolongo: Il modo in cui l’universo dell’infanzia è reso senza forzature, come se Tabitha Bird viaggiasse nel tempo.

Come descrivereste la scrittura di Tabitha?

Alessandra Patriarca: Dal punto di vista linguistico e sintattico è decisamente scorrevole. La struttura che ha dato al susseguirsi dei fatti, che avvengono in tre epoche diverse, richiede al lettore un po’ più di impegno, ma ne vale di sicuro la pena.
Sabrina Campolongo: Immaginifica, ricca e al tempo stesso semplice. Consapevole.

Qual è stata la sfida che avete incontrato nel replicare l’atmosfera dall’inglese all’italiano?

Alessandra Patriarca: Il romanzo è permeato dell’atmosfera rurale australiana, pur spaziando dal 1965 al 2050, ed è stato importante riuscire a trasmettere questa dimensione poco urbana, con radici profonde nella natura, nella fauna e flora tipica di quei luoghi, che prende a volte un risvolto quasi magico.
Sabrina Campolongo: Una sfida molto divertente è stata quella di ricreare in italiano il linguaggio privato delle Willa, che comprende parole come amaze-a-loo (che abbiamo scelto alla fine di tradurre con fantasticissimo). Una sfida invincibile quella dei biscotti tanto amati dalla nonna, i jam drops, due sole scoppiettanti sillabe in inglese. Alla fine abbiamo scelto gemme di marmellata, ben sette sillabe… se c’era un’alternativa migliore non l’abbiamo trovata.

Cosa è rimasto in voi del romanzo?

Alessandra Patriarca: Senza dubbio gli stivali di gomma di Super Willa (a 8 anni, ma anche a 93)
Sabrina Campolongo: Mi ha riportato a un tempo della mia vita in cui credevo che la magia fosse reale.

L’aspetto che amate di più del vostro lavoro?

Alessandra Patriarca: Il fatto che in una traduzione niente è mai scontato o banale.
Sabrina Campolongo: Credo che la traduzione sia l’esperienza di lettura più profonda che si possa fare. Non si può correre avanti o sorvolare, o rimandare a un’eventuale rilettura: ogni parola deve essere vista e compresa, anche agli spazi bianchi bisogna dare un significato. Alla fine si ha l’impressione di essere il lettore numero uno di quel testo, ci si è dentro completamente. Quando si tratta di un buon romanzo è un momento esaltante.

Conosciamo Tabitha Bird

Ci pare di capire che “una vita di giorni impossibili” è stato un modo per “guarire”. Ma come e quando ti è venuta l’idea per il personaggio di Willa e la storia di lei nelle diverse età? E perché gli stivali da pioggia? E la meravigliosa idea di piantare un oceano?

Ho iniziato a scrivere undici anni fa senza assolutamente alcuna intenzione di scrivere! Era un periodo buio della mia vita e ho iniziato un percorso psicoterapeutico per affrontare il trauma. In una delle prime sessioni il mio terapista mi chiese: “A cosa assomiglia il dolore?” e io all’inizio pensai fosse una domanda bizzarra, ma quello lo identifico con il seme dell’idea delle Willa. Ho iniziato a giocare con il concetto di dolore come di qualcosa che avesse materia, forma e colore. Ma la cosa più dirompente per me è stato chiedermi: “E se il dolore avesse una voce? Cosa accadrebbe se il mio dolore potesse parlare?” Nei mesi e negli anni mandai al terapista la storia di un personaggio di nome Beast e di una ragazza che abita nel suo cuore. Quando ho terminato il libro, ho realizzato che non era quella la storia che volevo raccontare. La narrativa era ciò che amavo e ho usato il “realismo magico” per creare una storia di pura fantasia per mostrare come una persona può affrontare il superamento di un trauma a diverse età. Le tre Willa sono nate da questa idea e “una vita di giorni impossibili” ha iniziato a prendere forma. Gli stivali da pioggia sono un simbolo del coraggio. Super Willa con gli Stivali voleva essere grande e coraggiosa e per questo portava gli stivali ai piedi. In questo modo pensava di saltare, pestare i piedi, fare rumore ed essere sentita in un mondo dove non aveva gran che voce. La magia dell’oceano confesso è stata una delle ultime cose a emergere nel romanzo. L’ho aggiunta durante uno degli ultimi giri di bozza. Volevo trovare un modo per far incontrare le Willa che fosse completamente originale. Non che accadesse aprendo le ante di un armadio! Quindi mi sono chiesta: “cosa potrebbe essere la cosa meno probabile a comparire in una cittadina rurale?” Spesso qui a Boonah abbiamo periodi di siccità e ho deciso che un oceano potesse essere molto improbabile. Allora mi sono chiesta cosa accadrebbe se uno potesse effettivamente spedire un oceano a qualcun altro. Come lo potrebbe fare? Ho immaginato che il modo più improbabile per far apparire un oceano potesse essere metterlo in un barattolo di vetro a sua volta contenuto in una scatola di cartone. A quel punto, mi sono molto divertita a far piantare alle Willa l’oceano nei loro cortili, rovesciando l’acqua del barattolo in un giardino. Ecco come è nata la magia dell’oceano-giardino!

Quanto hanno impattato Boonah e il Queensland su “una vita di giorni impossibili”? Ti piace la vita di campagna?

Quando ci siamo trasferiti a Boonah, il mio romanzo non aveva ancora una ambientazione. È strano da dire che un libro non ha ambientazione, ma mi sentivo “vagabonda nell’anima” e così il mio libro. Quando abbiamo acquistato la nostra vecchia casa, ho capito di aver trovato la mia prima casa ed ero ansiosa di darne una anche alle Willa. La nostra casa ha più di ottant’anni, le assi del pavimento sono segnate e le pareti hanno imperfezioni e scalfitture. Ho detto a mio marito che questa casa aveva una storia. Ho pensato che la nostra vecchia ragazza sapesse una o due cose… Così, nelle pagine del romanzo, ho trasferito le Willa a Boonah e tra le pareti della casa dove vivo. Adoro vivere a Boonah. La libertà di vivere senza il peso di debiti che una abitazione in città comporterebbe è importante per la mia famiglia. Abbiamo una splendida e antica Queenslander1 che non avremmo potuto permetterci in città. Amo anche la comunità che ci circonda. Boonah è un luogo dove la gente si ferma per strada a parlarti perché le interessa. Tutta la famiglia si sente accolta qui.

(nota 1: N.d.e.: dovrete leggere il libro per scoprire che genere di casa è una Queenslander!)

Quando e dove scrivi di solito? Hai un posto preciso, un rituale? Un preciso momento della giornata oppure uno o più giorni della settimana dedicati?

Sono tanto fortunata da poter scrivere a tempo pieno. Di solito scrivo tutti i giorni ma mai prima delle 10 del mattino. Sono un po’ nottambula e mi piace scrivere nella quiete della tarda serata o al mattino. Con tre ragazzi, la casa di solito è più tranquilla in quelle ore.

Hai un autore preferito? Cosa leggi di solito?

Mi piace leggere autori esponenti del genere del realismo magico. “Il Circo della Notte” di Erin Morgenstern è decisamente tra i preferiti. Ho amato anche “The Ten Thousand Doors of January” di Alix E. Harrow2, “Sette minuti dopo la mezzanotte” di Patrick Ness e “La moglie dell’uomo che viaggiava nel tempo” di Audrey Niffenegger. Tra gli australiani, i miei preferiti sono “Ascolta i fiori dimenticati” di Holly Ringland e “Ragazzo divora universo” di Trent Dalton.

(Nota 2: in corso di pubblicazione da parte di Mondadori)

Come è stato l’editing del romanzo? È stato lungo? Faticoso?

Non progetto mai nessuno dei miei romanzi perché mi piace l’avventura della scoperta insieme ai miei personaggi. E questo porta a prime bozze molto incasinate. Significa anche che l’editing strutturale dei miei romanzi è tosto. Ma va bene così: mi piace esplorare le storie e anche che l’editing sia anch’esso una scoperta. Non direi che gli interventi poi siano facili ma il processo è qualcosa che amo.

Stai scrivendo qualcosa di nuovo? È o è stato difficile dopo aver prodotto una storia così importante, delicata e coinvolgente?

Sto attualmente scrivendo il mio secondo libro, che sarà pubblicato da Penguin in Australia nell’aprile 2021. Il titolo è “THE EMPORIUM OF IMAGINATION”3 e racconta di un negozio ambulante magico che arriva in città e vende merci vintage e curiose. Tra le più rilevanti, vende telefoni che consentono agli abitanti della città di fare un’ultima telefonata a un caro defunto. Un’altra storia di realismo magico.
Scrivere questo libro è stata una gioia. Anche questo romanzo è costellato di personaggi dal cuore enorme, nostalgia, perdita e speranza. Ho scoperto che mi appassiona proprio scrivere di personaggi eccentrici e imperfetti che alla fine trovano la loro strada. E di magia! Mi piace giocare con la magia!

(Nota 3. Traduzione letterale: “l’emporio dell’immaginazione”)

Quanto importante è l’immaginazione nella vita? Come possiamo insegnarla ai bambini o aiutarli a svilupparla? È un dono o qualcosa che si può “allenare”?

Tutti noi possediamo l’immaginazione, ma non tutti ci concediamo di usarla, giocarci, di chiederci “e se?”. Immaginare è di vitale importanza perché è anche quello strumento che ci permette di metterci nei panni degli altri, di sognare per noi sogni grandiosi e quindi, in ultima istanza, di vivere la nostra vita migliore. I bambini sono curiosi di natura e ben predisposti a usare la loro immaginazione. Gli adulti possono aiutare a sviluppare la creatività, dando loro l’occasione di sognare e creare, facendo in modo che non abbiano giornate piene zeppe di impegni. Credo che sia importante per i nostri figli sperimentare la noia e avere l’opportunità di scoprire modi creativi per riempire il tempo. Ritengo anche che si debbano validare le idee dei bambini e incoraggiarli a perseguire anche il più enorme dei loro sogni e lasciare che la loro creatività conti.

“una vita di giorni impossibili” è un fantastico, delicato, commovente viaggio di speranza, guarigione, imparando a perdonare sé stessi. Qual è la recensione più bella che hai ricevuto dai tuoi lettori? Quella che ti ha reso davvero felice e orgogliosa.

Grazie! I miei lettori sono stati incredibili! Ho ricevuto valanghe di messaggi e lettere con le quali mi ringraziano per aver scritto il romanzo, raccontandomi come la storia delle Willa ha avuto un impatto sul loro viaggio verso la guarigione. Sono onorata di quanto a cuore abbiano preso le mie Willa e che molti lettori abbiano trovato il coraggio di affrontare i propri traumi. Non c’è davvero dono più grande per uno scrittore di scoprire che le proprie parole hanno dato agli altri speranza e abbiano fatto da catalizzatori per la loro guarigione.

La storia di Willa è una storia importante che merita e meritava di essere raccontata (ancora grazie per questo). Quanto facile o difficile è stato farla arrivare a un editore?

Beh, grazie! La storia è stata scelta da Penguin in un batter d’occhio. Ho avuto l’occasione attraverso la The Manuscript Academy negli Stati Uniti di chiacchierare con Kimberly Atkins, editore Penguin all’epoca. Dovevo mandarle le prime dieci pagine in modo da parlarne al telefono e ricevere i suoi suggerimenti su come migliorare la narrazione. Invece mi ha chiesto di mandarle 50 pagine e poi l’intero manoscritto. Kimberly è stata tra le prime a innamorarsi delle Willa. Abbiamo passato 40 minuti a parlare del romanzo e di quanto avesse adorato la storia. Ero emozionata e sorpresa. Poche settimane dopo ho ricevuto un’offerta di pubblicazione da parte di Penguin. Poi la Biplane ha scelto il mio libro e sono contenta e onorata che la storia veda la luce anche in Italia. Spero che a tutti i nuovi lettori piaccia l’incontro con le Willa. Che si possa tutti indossare i nostri enormi e coraggiosi stivali da pioggia, e riempire i nostri cuori di speranza.
Grazie!

Conosciamo Elisa Bedoni

Benvenuta Elisa, sei ufficialmente entrata a far parte del volo letterario di Biplane Edizioni! Come da tradizione, ecco a te qualche domanda perché i tuoi lettori possano cominciare a conoscerti…

Com’è nato “il vento non si arrende”?

È stata una gestazione molto lunga. E direi inattesa. Mi sono messa a scrivere, ormai dieci anni fa, quasi per un gioco con me stessa, perché mi avevano regalato un portatile e non sapevo bene cosa farmene. Inventavo storie, da sempre, per me stessa, ma non avevo mai pensato di scriverle. Una sera – ero in vacanza con i miei figli in un posto molto isolato – per riempire il tempo e usare questo portatile ho iniziato a scriverne una. Ne ho perso il controllo (credo che a un certo punto si sia scritta da sola…) ed è nata una storia che aveva un inizio e una fine. Non mi piaceva molto. Poi, grazie all’aiuto di due corsi della scuola Holden e a una persona eccezionale che si chiama Alessandra Minervini – scrittrice, docente della Holden ed editor – l’ho riscritta due volte, migliorandola, rimodellandola, stravolgendola. Ed è nato “Il vento non si arrende”.

Quando hai cominciato ad appassionarti alla scrittura?

Da ragazza scrivevo molto, diari soprattutto, ma non avevo mai preso la cosa seriamente. Dopo la laurea ho abbandonato la professione veterinaria e ho lavorato nella redazione di una rivista di settore: ho sperimentato che scrivere era divertente. Mi sono stupita vedendo che scrivevo con abbastanza spigliatezza, e con buoni risultati. Qualcuno mi faceva i complimenti. Scribacchiavo qua e là: un blog, facebook. Mi piaceva, cito Baricco, “mettere in ordine pensieri nella forma rettilinea di una frase”. Ma lo facevo sempre senza prendermi seriamente. Se devo stabilire un momento in cui è nata la vera passione, è stato mentre lavoravo con Alessandra: è come se, riscrivendo questo romanzo, avessi trovato una formula magica con cui dare vita e corpo a un’idea. Scrivere per me è come esercitarsi a padroneggiare questa formula magica: è una sensazione bellissima. E lì ho capito che scrivere mi era diventato indispensabile.

Come sono “arrivati” i protagonisti del romanzo Daria, Leo, Sam e Pietro? Sei stata ispirata da qualche persona che fa parte della tua vita o sono stati creati dalla tua immaginazione?

Quando ho iniziato a scrivere questa storia, molte persone che conoscevo stavano vivendo fallimenti di relazioni o matrimoni. Soprattutto avevo continuamente a che fare con donne sole con figli, lasciate da compagni o mariti, o che avevano a loro volta troncato relazioni difficili o senza speranza. Da madre, le loro storie mi turbavano. Credo di aver iniziato a scrivere questa storia perché avevo bisogno di analizzare questo turbamento e, forse, di dare un senso alle loro storie. Daria (anche se aveva un altro nome all’inizio) è nata dalle storie di queste donne. Potrei dire che è il riassunto immaginario di tante donne che ho conosciuto. A ruota sono nati gli altri personaggi, immaginari, ma ognuno di loro ha qualcosa, anche solo un piccolo dettaglio, di persone reali.

Cosa legge Elisa di solito?

Posso rispondere dicendo cosa non leggo di solito? Non cerco la narrativa di genere: gialli, horror, fantasy… ciò non vuol dire che se mi ci imbatto non li sappia apprezzare. Mi definisco una lettrice nervosa: ci sono troppe cose da leggere, e ho troppo poco tempo per farlo. Così a volte mi ritrovo a leggere due o tre libri contemporaneamente, magari di tipo completamente diverso. Prediligo la narrativa, mi piace spaziare tra i contemporanei, da Auster a Zerocalcare. Amo soprattutto i romanzi, non disdegno i racconti, apprezzo le graphic novel. Mi piace ripescare tra i classici, rileggendo quelli dimenticati o particolarmente amati o prendendo in mano quelli (tanti, troppi…) mai affrontati. Mi piacciono le storie impregnate di vita vera e quelle in bilico tra il sogno e la follia.

Dove e quando scrivi, di solito?

Ho quattro figli, e tempo e privacy concessi col contagocce. Mi sono sistemata un angolo in una stanza dove posso ritirarmi. Ma scrivo prevalentemente quando tutti dormono, la notte o la mattina presto. Le ore dedicate alla scrittura sono ore strappate al sonno, ma in ogni momento della giornata e in ogni luogo si nasconde quell’idea che potrebbe dare vita a un personaggio, o a una storia. Vivo costantemente a cavallo tra la vita vissuta e quella narrata.

Qual è il tuo scrittore preferito e perché?

Non so rispondere facilmente a questo genere di domande. È difficile sceglierne uno. La mia vita di lettrice è un susseguirsi di innamoramenti. Ma a uno posso dire di essere fedele da più di vent’anni: Alessandro Baricco. Mi piace il suo modo di narrare e soprattutto amo le sue storie e i suoi personaggi: di quelli, appunto, in bilico tra il sogno e la follia. Tra i grandi scrittori del passato, Conrad è quello che mi ha regalato emozioni forti e permanenti, anche se non ho letto tutto. Credo perché ha a che fare col mare, coi misteri e le paure che il mare personifica. E, a pensarci bene, anche di Baricco mi sono innamorata con Oceano Mare…

Conosciamo Vincenzo De Lillo

Benvenuto Vincenzo, buon inizio di volo! Il tuo romanzo è nato in un momento davvero particolare della storia del mondo, ma dato che nella vita nulla accade “per caso” siamo davvero contente di poter portare alle persone, proprio in questo momento, del sano buonumore grazie a te.

Hai voglia di raccontarci come e quando è nato il desiderio di scrivere? Cos’è per te la scrittura?

Il desiderio di scrivere mi ha accompagnato sin da giovanissimo, sin da quando a scuola non vedevo l’ora che arrivasse il giorno del compito d’italiano, l’unica materia in cui riuscivo ad esprimermi con una certa facilità. Solo allora infatti, poiché ero molto timido e impacciato, potevo liberarmi, mostrare ciò che avevo da dire. Ma ero contento soprattutto per mia madre, perché almeno in una materia, bene o male, avrei raggiunto una sufficienza. In ogni caso il desiderio è una cosa, il coraggio e il tempo di mettere nero su bianco sono altro. Quelli sono venuti relativamente tardi, nel 2016, quando, a seguito di un’improvvisa perdita del lavoro, ahimè, ho trovato di colpo, entrambi.

Com’è nato “delirio”?

Delirio è nato proprio in quel momento, dal nulla, da un giorno all’altro. Avevo una storia in testa e l’ho messa su carta, anzi su Pc, iniziandola a gennaio e concludendola in circa tre mesi, nella prima stesura. Mi teneva occupato, in un momento per me difficile, da disoccupato appunto, in cui tra la ricerca di un nuovo lavoro e la paura del buio che avevo davanti a me, ero terrorizzato dal futuro.
La cosa curiosa è che tutto ciò che riuscivo a scrivere in quel momento storico della mia vita nonostante le tristi vicissitudini, fossero racconti, progetti, storie divertenti. Come se volessi nascondere con l’ironia quel malessere che vivevo.

Cosa ti fa ridere di solito?

Mi fanno ridere le situazioni paradossali, i dialoghi surreali, la realtà stravolta ma fatta passare per la normalità dei libri del mio guru Stefano Benni. Non mi manca il buonumore anche quando guardo film goliardici tipo: “Una notte da leoni”, o ancor più sconci come un “Porky’s” d’annata. Non mi fossilizzo su ciò che può essere considerato volgare o meno, se mi fa ridere, rido.

Nei romanzi che scrivi quanto c’è di te?

Scrivo storie che spesso partono da persone che nella mia vita ho realmente incontrato, che diventano protagoniste nei miei scritti di avventure divertenti che avrebbero potuto vivere nel loro quotidiano, quindi posso dire che, in fondo, di me personalmente, c’è poco, ma c’è tanto di quello che ho vissuto, sicuramente.

Chi è il tuo più grande fan?

Non ho fan che si strappano i capelli o lanciano reggiseni al mio passaggio, purtroppo, ma qualcuno che ama leggere ciò che scrivo esiste. Mia moglie, mio fratello, qualche amica fidata cui sottopongo i miei scritti per avere un giudizio sincero. “pochi ma buoni”, potrei scrivere, ma in verità sono gli unici disposti a prendersi la scocciatura di farlo.

Chi è Vincenzo De Lillo?

Vincenzo De Lillo è un napoletano 43enne con gli occhiali, mammone, marito innamorato e padre felice di due pargoletti di 8 e 10 anni, tanto dolci quanto rompiscatole; per portare il piatto a tavola lavora come autista in una struttura sanitaria privata napoletana. Aggiungo che, per smontare i luoghi comuni, non suono il mandolino, non delinquo e non vado in giro in moto senza casco. Anche perché non ho la moto.

Grazie di cuore per il tempo che ci hai dedicato e per la condivisione di chi sei con i nostri lettori.

Conosciamo Elia Zordan

Benvenuto Elia, siamo davvero contente che tu faccia parte della nostra casa editrice. Il lavoro fatto insieme sul tuo romanzo “quattro passi, un respiro” per noi è stato fonte di grande soddisfazione.

Hai voglia di raccontarci come è nato “Biagio, studente di Medicina”, ora “quattro passi, un respiro”? Ricordi dove eri quando ti è venuta l’idea?

Come spesso mi accade – quasi sempre, a dire la verità – anche “quattro passi, un respiro” nacque mentre scrivevo altro. Di quel giorno in cui mi accorsi di lui – in qualche modo avevo intuito che c’era, era già presente in me – ricordo che stava per piovere, e che le nuvole erano la memoria di una Trieste ormai lontana dalla mia vita di tutti i giorni. Quell’intuizione rimase una pagina silenziosa, come un seme per tutto l’inverno. E la primavera. Poi, sul finire dell’estate, viaggiando attraverso il sud della Francia, tutto cominciò a fluire senza più tacere. Era il personaggio di Mara a voler uscire con forza. Notai che il mio linguaggio era cambiato: era nuovo. Questo accadeva qualche anno fa…

La tua scrittura è essenziale e allo stesso tempo capace di aprire finestre su interi mondi. La scrittura per te è istinto o un processo fatto di studio e riflessione?

All’inizio mi lascio andare a qualcosa che ho davanti, che spesso identifico con un’emozione provata, o soltanto intuita. Sensazioni digerite, o rimaste sullo stomaco, non fa differenza. Poi quando è il momento, e a volte un’interruzione non c’è, ritorno sopra il pezzo grezzo e cesello. Do forma. Cesello più volte. Tagliando, ricucendo, storcendo per riattaccare pezzi rimasti sparsi capita che scopra cose nuove rimaste nascoste. Che sono altre vie, altri orizzonti. Così ricomincio a lasciarmi andare di nuovo, e poi a cesellare. E a tagliare, ricucire, storcere per riattaccare… Mi piace immaginare le parole come materia da plasmare, su cui rimangono le impronte, e che a volte resta sotto le unghie delle mani come fa la terra.

I tuoi ringraziamenti cominciano con questa frase: “Ringrazio la mia famiglia, altrimenti non avrei imparato nulla da questo libro” … ti va di raccontarci cosa hai imparato?

Con questa frase volevo essere ironico: prendermi un po’ in giro… Un modo per capire se avevo riflettuto abbastanza, prima di chiudere per sempre “quattro passi, un respiro”. Perché capita di avere tra le mani libri che non riapriremo, nemmeno per una sola seconda volta. E che a cercarli, dopo anni, o semplicemente dopodomani, non ritroveremo più – così come accade con certe cose della vita – e conviene chiederselo, a volte, se basta così o se c’è qualcosa che sfugge ancora.

Quanto c’è di Elia in Biagio?

La mia storia personale non è quella di Biagio, di Mara, di Lucia. Ma una tra quelle. Sono convinto che ora, compiuti trent’anni, in tasca, ci ritroviamo gli stessi ricordi di quando eravamo bambini, adolescenti. Gli stessi sogni realizzati o assopiti. Talvolta anche infranti. Eravamo una generazione di ventenni con la voglia di combinare qualcosa di buono per riscattare il nostro personale posto nel mondo. Come del resto tutti, a quell’età.

Cosa ti ha spinto a partecipare al Calvino?

Nel 2017 amici di amici partecipavano al Coop For Words. Era la prima volta che facevo leggere qualcosa di mio a qualcuno. Poi mi telefonarono per andare a Mantova: ero tra i finalisti. Ero contento: il mio piccolo tenero racconto pubblicato. Avere tra le mani quella raccolta era come custodire un tesoro. Una parte di me. L’anno seguente – sempre amici di amici – tentavano al Calvino, così accettai di rimettermi in gioco: la prima timidezza l’avevo ormai superata. Mancava poco più di un mese alla scadenza, così aprii il cassetto – quello dei romanzi – scelsi, imbustai, spedii il tutto. «Ti è andata bene anche questa volta», sorridevano amici di amici…

Senti di voler dare qualche consiglio a chi desidera scrivere un romanzo?

Non è da molto che penso a un mio scritto come a un’opera finita: pubblicata. E l’esperienza così breve, in questi termini, con tutta probabilità mi farà ripetere qualcosa che è già stato detto, magari da voci più importanti. Ma una cosa che ho vissuto è che la timidezza a farsi leggere non serve, ostacola.

Grazie di cuore per il tempo che ci hai dedicato!

Conosciamo Samuele Arba

Benvenuto Samuele, sei pronto a volare con noi? Noi sì, prontissime!! Per cominciare a raccontare di te e del tuo romanzo – un uomo qualunque – è “d’obbligo” partire da un “indizio”, un particolare molto importante… un concept album di uno dei più grandi cantautori italiani, Fabrizio De André: “Storia di un impiegato” (1973). Ci racconti perché questo disco è così fondamentale per te e il tuo romanzo?

La storia dell’album di De André narra le vicende di un giovane impiegato che, dopo aver ascoltato un brano della rivoluzione del Maggio ’68, decide di ribellarsi al suo ruolo in società. Nel 2011, quando a Barcellona – e in tutta Spagna – scoppiò la rivolta del Movimento 15-M, girovagando nella Plaça Catalunya occupata dagli Indignados, ho pensato che i motivi per cui manifestavano quelle persone erano gli stessi che avevano spinto l’impiegato di De André alla sua ribellione. La trama del disco calzava a pennello nella Barcellona del 2011. Un uomo qualunque perciò si ispira alla trama di ‘Storia di un impiegato’ anche se Xavi, il personaggio principale del romanzo, è l’antitesi dell’impiegato di De André.
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