Conosciamo Elia Zordan

Benvenuto Elia, siamo davvero contente che tu faccia parte della nostra casa editrice. Il lavoro fatto insieme sul tuo romanzo “quattro passi, un respiro” per noi è stato fonte di grande soddisfazione.

Hai voglia di raccontarci come è nato “Biagio, studente di Medicina”, ora “quattro passi, un respiro”? Ricordi dove eri quando ti è venuta l’idea?

Come spesso mi accade – quasi sempre, a dire la verità – anche “quattro passi, un respiro” nacque mentre scrivevo altro. Di quel giorno in cui mi accorsi di lui – in qualche modo avevo intuito che c’era, era già presente in me – ricordo che stava per piovere, e che le nuvole erano la memoria di una Trieste ormai lontana dalla mia vita di tutti i giorni. Quell’intuizione rimase una pagina silenziosa, come un seme per tutto l’inverno. E la primavera. Poi, sul finire dell’estate, viaggiando attraverso il sud della Francia, tutto cominciò a fluire senza più tacere. Era il personaggio di Mara a voler uscire con forza. Notai che il mio linguaggio era cambiato: era nuovo. Questo accadeva qualche anno fa…

La tua scrittura è essenziale e allo stesso tempo capace di aprire finestre su interi mondi. La scrittura per te è istinto o un processo fatto di studio e riflessione?

All’inizio mi lascio andare a qualcosa che ho davanti, che spesso identifico con un’emozione provata, o soltanto intuita. Sensazioni digerite, o rimaste sullo stomaco, non fa differenza. Poi quando è il momento, e a volte un’interruzione non c’è, ritorno sopra il pezzo grezzo e cesello. Do forma. Cesello più volte. Tagliando, ricucendo, storcendo per riattaccare pezzi rimasti sparsi capita che scopra cose nuove rimaste nascoste. Che sono altre vie, altri orizzonti. Così ricomincio a lasciarmi andare di nuovo, e poi a cesellare. E a tagliare, ricucire, storcere per riattaccare… Mi piace immaginare le parole come materia da plasmare, su cui rimangono le impronte, e che a volte resta sotto le unghie delle mani come fa la terra.

I tuoi ringraziamenti cominciano con questa frase: “Ringrazio la mia famiglia, altrimenti non avrei imparato nulla da questo libro” … ti va di raccontarci cosa hai imparato?

Con questa frase volevo essere ironico: prendermi un po’ in giro… Un modo per capire se avevo riflettuto abbastanza, prima di chiudere per sempre “quattro passi, un respiro”. Perché capita di avere tra le mani libri che non riapriremo, nemmeno per una sola seconda volta. E che a cercarli, dopo anni, o semplicemente dopodomani, non ritroveremo più – così come accade con certe cose della vita – e conviene chiederselo, a volte, se basta così o se c’è qualcosa che sfugge ancora.

Quanto c’è di Elia in Biagio?

La mia storia personale non è quella di Biagio, di Mara, di Lucia. Ma una tra quelle. Sono convinto che ora, compiuti trent’anni, in tasca, ci ritroviamo gli stessi ricordi di quando eravamo bambini, adolescenti. Gli stessi sogni realizzati o assopiti. Talvolta anche infranti. Eravamo una generazione di ventenni con la voglia di combinare qualcosa di buono per riscattare il nostro personale posto nel mondo. Come del resto tutti, a quell’età.

Cosa ti ha spinto a partecipare al Calvino?

Nel 2017 amici di amici partecipavano al Coop For Words. Era la prima volta che facevo leggere qualcosa di mio a qualcuno. Poi mi telefonarono per andare a Mantova: ero tra i finalisti. Ero contento: il mio piccolo tenero racconto pubblicato. Avere tra le mani quella raccolta era come custodire un tesoro. Una parte di me. L’anno seguente – sempre amici di amici – tentavano al Calvino, così accettai di rimettermi in gioco: la prima timidezza l’avevo ormai superata. Mancava poco più di un mese alla scadenza, così aprii il cassetto – quello dei romanzi – scelsi, imbustai, spedii il tutto. «Ti è andata bene anche questa volta», sorridevano amici di amici…

Senti di voler dare qualche consiglio a chi desidera scrivere un romanzo?

Non è da molto che penso a un mio scritto come a un’opera finita: pubblicata. E l’esperienza così breve, in questi termini, con tutta probabilità mi farà ripetere qualcosa che è già stato detto, magari da voci più importanti. Ma una cosa che ho vissuto è che la timidezza a farsi leggere non serve, ostacola.

Grazie di cuore per il tempo che ci hai dedicato!

Conosciamo Samuele Arba

Benvenuto Samuele, sei pronto a volare con noi? Noi sì, prontissime!! Per cominciare a raccontare di te e del tuo romanzo – un uomo qualunque – è “d’obbligo” partire da un “indizio”, un particolare molto importante… un concept album di uno dei più grandi cantautori italiani, Fabrizio De André: “Storia di un impiegato” (1973). Ci racconti perché questo disco è così fondamentale per te e il tuo romanzo?

La storia dell’album di De André narra le vicende di un giovane impiegato che, dopo aver ascoltato un brano della rivoluzione del Maggio ’68, decide di ribellarsi al suo ruolo in società. Nel 2011, quando a Barcellona – e in tutta Spagna – scoppiò la rivolta del Movimento 15-M, girovagando nella Plaça Catalunya occupata dagli Indignados, ho pensato che i motivi per cui manifestavano quelle persone erano gli stessi che avevano spinto l’impiegato di De André alla sua ribellione. La trama del disco calzava a pennello nella Barcellona del 2011. Un uomo qualunque perciò si ispira alla trama di ‘Storia di un impiegato’ anche se Xavi, il personaggio principale del romanzo, è l’antitesi dell’impiegato di De André.
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Conosciamo Barbara Cobianchi

Ciao Barbara, benvenuta sul nostro Biplano, tu sarai il nostro primo “volo”… emozionata?

Molto, davvero. È l’emozione di veder prendere forma il mio romanzo, di farlo arrivare ai lettori, ma, soprattutto, l’emozione di “volare” con voi, di sapere che spiegheremo le ali insieme con l’entusiasmo che accompagna ogni nuova avventura.

Noi ci siamo già innamorate della tua scrittura e della tua storia. Ci piacerebbe molto che anche chi sta leggendo possa cominciare a conoscerti…ti va di raccontare chi sei?

Chi sono? Domanda difficile. 😊 Direi che sono una “racconta storie”. Non una storyteller come si dice oggi per i professionisti della scrittura, solo una semplice “racconta storie”. Racconto storie sul letto ai miei figli e sono le storie di me da giovane per essere loro più vicina, racconto storie a miei alunni di liceo e sono storie di un passato lontano che li stupisce ogni volta, racconto storie a chi mi sta accanto e sono storie normali di giornate normali. E poi racconto storie quando scrivo e sono storie di personaggi che prendono forma, storie in cui qualcuno può rispecchiarsi, storie che vogliono parlare a tutti.
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